Le donne non sono solo mamme

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Sasha Perugini vive a Firenze, ma il suo sguardo è sul mondo. Per metà senese e per l’altra metà serba ha studiato negli Stati Uniti d’America, alla Tufts University di Boston. Dirige un programma universitario della Syracuse University e qui tiene un corso su management e competenze cross-culturali. Da anni, a lato, si occupa di leadership al femminile e inclusività. In libreria è appena uscito il suo sesto libro: “Tacchi e spilli” edito da Mauro Pagliai editore nella collana Passaparola.

Il suo atteso libro ci accompagna in un viaggio, iniziato con i suoi articoli per l’Huffington Post Italia, tra i preconcetti e i pregiudizi che continuano a definire il ruolo della donna. Quali sono i più comuni?

«Il primo è quello di abbinare le donne alla maternità. Se ci fa caso non si riesce, quasi mai, a pensare alla donna slegata dalla maternità, si da giovane che nelle fasi più avanzate della sua vita. Se una donna non ha figli non si pensa mai che sia lei a non averli voluti, ma si tende facilmente a pensare che ci sia qualche problema o qualcosa che non va in lei. I cosiddetti preconcetti acquisiti». 

In una società come quella italiana effettivamente donna e mamma spesso si associano. Come se ne esce?

«Serve un cambio a tutto tondo: culturale, sociale e politico. Le donne non sono semplicemente portatrici di ovaie o “badanti” che sia di figli o genitori. In una società così complessa e veloce come la nostra non si può più semplificare: figli, quindi madre. È vitale smettere di pensare ai figli come ad una complessità che appartiene quasi esclusivamente alle alle donne. I figli sono il futuro della società, una ricchezza e un’opportunità, sono i futuri lavoratori, artisti, le future classi dirigenti, i futuri clienti, medici, politici, imprenditori. I problemi legati alle complesse logistiche di genitori lavoratori e figli sono un problema di tutti non solo delle donne. Quando si parla di orari di scuola per esempio, bisogna ribaltare la prospettiva e pensare ai figli e non dare per scontato che problemi strategici saranno assorbiti dai part time delle donne o dai nonni. Una delle categorie che ha sofferto di più durante il COVID, studi alla mano, è proprio stata quella delle donne, me inclusa, che hanno dovuto continuare a lavorare in remoto e in contemporanea occuparsi di seguire i figli più piccoli per la didattica a distanza. Si fa troppo affidamento su questa risorsa non riconosciuta, non retribuita e non considerata nelle pianificazioni strategiche o operative».

Di solito anche la “Pari Opportunità” e le politiche di genere sono qualcosa di legato alle sole donne. Che ne pensa?

«Penso che le Pari Opportunità debbano riguardare tutti, non solo le donne. Bisogna pensare all’inclusività come principio di base, un fondamento portante della visione strategica di progetti di crescita: riflettere quindi non solo sulle donne ma anche sulle multi-etnie, le categorie LGBTH, le abilità non ordinarie e le differenze generazionali (quello delle donne over 50 altro grande contenitore di stereotipi). L’obiettivo finale è arrivare a smettere di parlare delle donne come categoria a sé». 

Torniamo agli stereotipi, oltre alla donna=mamma quali sono gli altri?

«La presunta emotività instabile delle donne è un altro stereotipo molto diffuso. Oppure quello sui cambi di umore in relazione al ciclo mestruale, oppure quello che le donne sono meno propense ad essere intraprendenti o che fanno più fatica degli uomini nei contesti aggressivi. O se sono più assertive vengono tacciate di isteria. Tutti stereotipi o miti da sfatare, a partire dalle donne stesse e dal linguaggio intriso di clichè che usiamo».

Il tema della leadership femminile le sta a cuore, una donna leader è un buon leader?

«Un buon leader è un buon leader, punto. Si deve uscire dalla gabbietta d’oro che valuta la leadership con parametri obsoleti e coniugati al maschile ed entrare in nuove visioni di leadership al plurale. Non si può continuare a misurare la leadership con parametri maschio-centrici. Si tende a pensare che una maggiore empatia e sensibilità per esempiosiano sintomo di scarsa capacità di leadership. O che l’introversione non vada d’accordo con la guida carismatica. Eppure ci sono tanti studi scientifici che dimostrano come una leadership empatica ha performance migliori in termini di risultati. E poi bisogna valutare l’operato e non il sesso. I leader maschili vengono giudicati per quello che fanno o dicono, delle donne spesso si parla ancora di cosa vestono, la pettinatura che hanno o con chi escono». 

Solo un problema di cultura quindi?

«Finché non inserisci le categorie meno rappresentate all’interno degli organismi gestionali non avrai mai una prospettiva diversa da quella attuale. Senza questo passaggio anche parlare di meritocrazia ha senso fino ad un certo punto. Da una parte non si può continuare a delegare a chi dirige la responsabilità di scegliere per noi e poi arrabbiarsi se le scelte fatte sono sbagliate. Bisogna entrare nel sistema e introdurre nuovi parametri di valutazione. Le regole si cambiano entrando nel gioco. D’altra parte la meritocrazia attuale usa paramentri non inclusivi e “monocromatici” quindi anche i criteri meritocratici finiscono con il nutrire lo status quo perché valutano avendo come paramentro di riferimento il monocromatismo (rimanendo sulla metafora cromatica). Nell’attuale contesto sono quindi favorevole alle quote rosa almeno fino a che non si arrivi ad un reale equilibrio di rappresentanza e prospettive. Ci sono valanghe di progetti ottimi nelle intenzioni ma che ottengono scarsi risultati perché ancora a margine dei veri nuclei di potere». 

Lei ha un legame speciale con gli Stati Uniti d’America. Immagino abbia seguito le recenti elezioni presidenziali vinte da Joe Biden. Cosa ne pensa della sua scelta di affidarsi ad un team comunicazione di sole donne?

«La politica ha bisogno di spot, di palcoscenico, di audience, di frasi, motti e progetti ad effetto. Biden con la sua scelta vuole rompere lanciare un messaggio chiaro: cambiamento, e inclusività due temi centrali nella tensioni politiche attuali in USA. Ci sono migliaia di team di soli uomini bianchi e nessuno ha mai battuto un ciglio. Il fatto che la scelta di affidarsi ad un team di sole donne del nuovo Presidente abbia fatto il giro del mondo è positivo, ma spero si arrivi ad un punto in cui una cosa così non fa più notizia».

Il suo ultimo libro è molto atteso. Chi è il lettore ideale di questo suo nuovo lavoro?

«Quando mi sono chiesta chi è il lettore ideale di questo libro ho pensato ai giovani maschi. Io vedo le nuove generazioni sui social, soprattutto tu TikTok e YouTube, molto aperte su questi temi. I più giovani danno una mano fortissima a portare avanti queste tematiche. Se devo dirle qual è secondo me il lettore ideale di “Tacchi e Spilli” le dico il futuro padre di una donna».