Le professioni al tempo del coronavirus

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di Maura Manghi

Noi continuiamo ad andare in ufficio. La maggior parte dei professionisti, con l’esclusione della Lombardia dove il blocco del lavoro è più stretto, rientra nelle categorie che forniscono servizi essenziali ai cittadini ed alle imprese che devono continuare a produrre.

Un avvocato deve essere disponibile se il cliente viene arrestato, un commercialista deve continuare a seguire pagamenti e fatturazioni, un consulente del lavoro deve predisporre strumenti tipo cassa integrazione, ecc..

Noi notai abbiamo il compito di supportare le operazioni economiche indilazionabili, dal mutuo per chi è disperatamente senza fondi disponibili, alla casa per chi è sfrattato o ha scadenze fiscali non rinviate, o rischia di perdere una caparra già versata. E infine per aiutare le persone ad affrontare le paure più estreme, da chi vuole redigere un testamento, a chi vuole designare un possibile amministratore di sostegno, o fare il testamento biologico.

Tutto questo con la paura però di non garantire la sicurezza sanitaria ed il futuro economico per la propria famiglia e quella dei propri dipendenti.

E così andiamo in uffici spesso solitari, dove i dipendenti vengono magari a turno per minimizzare i rischi di contagio, attraversando città deserte e desolate. A disposizione di chi spesso non arriva.

Perchè si vive in un tempo sospeso, dove sai che non puoi certo vivere e pagare stipendi con le poche operazioni indilazionabili, temi per la incolumità di chi ti è vicino, vedi il vuoto anche nei mesi a venire: spesso non squilla nemmeno il telefono.

Le persone hanno paura. Paura fisica di uscire, della malattia, della morte delle persone care. E paura di affrontare il domani. Non si fanno progetti, non si sogna di aprire una nuova attività, comprare una nuova casa, quando non sai nemmeno quando e se potrai dire che l’incubo è finito. Quando non sai se avrai ancora un lavoro quando finalmente potrai uscire di casa.

Soprattutto i professionisti più giovani, quelli che non hanno clientele consolidate, che si affacciano a fatica all’attività lavorativa si sentono alla deriva.

Una deriva che non si risolverà certo con un reddito di cittadinanza o un’elargizione una tantum.

Certo per chi non ha risparmi o redditi da parte serve anche questo. Come una cassa integrazione senza pastoie burocratiche potrà aiutare a salvare almeno temporaneamente il lavoro dei propri dipendenti.

Potrà aiutare anche la cancellazione (e non il semplice rinvio della scadenza) di alcuni debiti fiscali per consentire un minimo di liquidità.

Ma per ripartire veramente occorre una prepotente e rapida ripresa di tutto il tessuto economico.

Una ripresa fatta non di elargizioni sporadiche ma di cantieri aperti, di opere realizzate, di fabbriche che producono e che esportano con frontiere finalmente riaperte, di bar e ristoranti funzionanti, di turismo e di cultura, di teatri e di spiagge, di cinema e concerti nei parchi.

L’economia italiana era già in recessione prima del Coronavirus, aveva già bisogno di un impulso straordinario. Ora ne ha bisogno più che mai. Al più presto.