L’ECONOMIA E LA VITA DEVONO CONVIVERE CON IL VIRUS

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Con l’Italia in lockdown dallo scorso 7 marzo per contenere la diffusione dell’epidemia da coronavirus e una “fase 2”, quella della ripresa, ancora tutta da scrivere è crescente la preoccupazione per i posti di lavoro e più in generale per l’economia italiana. Sono in tanti a scommettere che la catastrofe economica e di conseguenza sociale sarà molto peggiore di quella sanitaria. Abbiamo raggiunto Lorenza Morello, presidente nazionale APM, fondatrice di Morello Consulting per chiederle il suo punto di vista sullo stato delle aziende nel nostro Paese e sulle azioni messe in campo dal Governo Conte.  
 
L’emergenza coronavirus rischia di travolgere l’economia italiana. Alcune previsioni parlano addirittura un PIL con un meno a doppia cifra. Qual è il suo punto di vista?
«In Italia, un’azienda su tre rischia di non riaprire. La disoccupazione, giocoforza, tornerà a crescere con la conseguenza di un impoverimento generale della società. Il nostro tessuto imprenditoriale è, per questioni genetiche, meno resiliente e si fonda su flussi di cassa continui. Morale: a restare troppo ai box si rischia di non ripartire. Meno di due settimane fa, il grido d’allarme era arrivato dalla Confindustria piemontese, assieme all’Unione industriale di Torino: Un lockdown prolungato potrebbe portare alla non riapertura del 15% delle imprese: tra i 100mila e i 150mila nuovi disoccupati. Intanto però sono passati altri dieci giorni e per la maggior parte delle aziende fino al 4 maggio le prospettive di riprendere l’attività sono poche».
 
La risposta del Governo, guidato da Giuseppe Conte, in un primo momento è stata apprezzata in maniera quasi unanime, tanto da parlare di “modello italiano”. Oggi dopo oltre 40 giorni di lockdown e una “fase 2” tutta da inventare si sentono molte voci critiche. Che giudizio da all’operato dell’esecutivo?
«Posto che la situazione che si è verificata è stato un qualcosa di imprevedibile e del tutto inaspettata per l’Italia e per tutto il globo, o almeno così appare dal punto di vista della pubblica opinione, di un Governo che ha usato un’emergenza sanitaria, causata più dalle carenze strutturali della sanità italiana che non dalla letalità del virus, per abolire i diritti democratici esautorando il Parlamento del proprio ruolo e autorizzando, di fatto, il “far west” dei troppi che interpretano la legge in modo discrezionale credo che nessuno possa dirsi felice».
 
Ann Linde, il Ministro degli Affari Esteri svedese, in un’intervista sul quotidiano La Stampa ha parlato del modello adottato dal suo Paese che ha scelto di evitare la strada del lockdown, senza imporre divieti e senza produrre decine di decreti. Pensa che si debba riaprire o che sia necessario continuare nelle misure di contenimento della diffusione dell’epidemia?
«La nostra struttura industriale ha un vizio di origine. Siccome la flessibilità sul mercato del lavoro è impossibile, per resistere a un ambiente ostile le nostre imprese si sono organizzate in tante piccole e medie realtà collegate l’una con l’altra. Più dinamiche e flessibili. Sono il polmone della nostra economia. Queste piccole dimensioni, però, le rendono a tutti gli effetti dipendenti dai flussi di cassa. Non serve consentir loro di indebitarsi a buone condizioni. Semplicemente hanno bisogno di lavorare a pieni giri per poter restare in piedi».
 
Quindi serve riaprire al più presto?
«Vede, a differenza dei grandi gruppi industriali, che hanno un valore incorporato nei propri asset, le piccole imprese dipendono dal cash flow. Ovvero, serve un flusso di cassa costante per far fronte ai costi fissi come stipendi, tasse, fornitori, altrimenti si finisce gambe all’aria. Per questo l’economia italiana, più di quella tedesca ad esempio, che è fondata su aziende di grandi dimensioni, può permettersi ancora meno una chiusura a oltranza. Per le piccole e medie imprese anche gli investimenti sono in base a ordini e fatturato. È il frutto di trent’anni di politiche industriali a svantaggio della media e grande impresa, che non a caso quando ha successo è perché si è trasferita all’estero. Il sistema si è adattato a un ambiente favorevole a piccole e piccolissime unità, ma ora che le abbiamo non possiamo ucciderle».
 
Ci ha detto che per molte realtà economico-produttive la prospettiva di riprendere l’attività sono poche. In Italia però, seppur in un ambiente spesso sfavorevole, gli imprenditori hanno fatto affidamento a quel “Genio italico” e sono stati capaci di fronteggiare crisi e momenti difficili. Dal suo osservatorio pensa che anche questa volta l’impresa italiana riuscirà a compiere un nuovo miracolo?
«Un alto tasso di rotazione dei ricavi e una bassa quantità di costi fissi sono condizioni utili per sopravvivere un po’ di più. La chiusura delle attività avrebbe dovuto avere due compiti: da una parte allentare la pressione sul sistema sanitario, preparandolo a nuove, più che probabili ondate, dall’altra preparare protocolli di prevenzione per far sì che l’economia e la vita possano convivere con il virus. Per la rinascita, posso testimoniare che mai come in questo periodo della mia vita sono quotidianamente letteralmente sommersa da persone che mi propongono di analizzare con e per loro idee nuove, ma certo un abbattimento delle imposte e un rilancio del nostro sistema Paese sono elementi imprescindibili affinché il “Genio italico” possa rifiorire di nuovo».
 
Siamo tutti d’accordo che salvaguardare la salute è un dovere. Ma davvero per farlo si deve rischiare una catastrofe economica e lavorativa senza precedenti? Non si può salvare l’economia salvaguardando la salute?
«È doveroso farlo, ma le norme devono esser di buon senso e calate nella realtà lavorativa. Purtroppo, da molto tempo e non certo da adesso, chi ci ha governato ha sempre avuto poca esperienza lavorativa alle spalle e questo ha sempre determinato un grave scollamento tra il “mondo delle regole”, scritte da burocrati o politicanti senza formazione, e il mondo reale».
 
Prima di salutarci proviamo ad indicare tre cose, a suo avviso, necessarie dal punto di vista legislativo. Insomma se toccasse a Lorenza Morello il governo di questa emergenza cosa farebbe?
«Per prima cosa abbatterei totalmente le imposte per il periodo di lockdown. Sospendere le imposte e far ripartire le aziende a debito è una scelta vessatoria simbolo di un’Amministrazione pubblica che continua a vedere i lavoratori come la mucca da mungere.
Poi erogherei immediatamente denaro sui conti correnti dei cittadini come hanno fatto ad esempio in Germania. Dire se hai bisogno dei soldi vai a chiederli alla banca, significa tutelare le banche, non le aziende.
E infine darei un decalogo sintetico di norme certe per la riapertura immediata di tutto e ci tengo a sottolineare tutto. E, a quel punto, chi le trasgredisce e da questa trasgressione può derivare un danno per la salute pubblica verrebbe sanzionato. Oggi sanzioniamo chi va a correre al parco, senza pensare a quanto invece mantenere una salute psico fisica sia una valore per la collettività. E poi, diciamocelo, se con la stessa tenacia avessi visto perseguitare la criminalità del nostro Paese forse vivremmo tutti, da tempo, in un Paese migliore».