L’Emilia Romagna oltre il PIL

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Dal 1981 al 2016 è stato funzionario e dirigente statistico del Comune di Bologna, nel 2019 ha pubblicato, per la casa editrice Il Mulino “Bologna oltre il PIL” (qui la scheda libro) nel quale avanza una serie di proposte per selezionare e misurare gli obiettivi definiti dall’Agenda 2030 con riferimento all’Emilia-Romagna e alla città metropolitana di Bologna.

Gianluigi Bovini, 65 anni, è impegnato nell’ASVIS, l’alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, dove è tra i referenti del gruppo di lavoro sulle città e comunità sostenibili.

Lo incontriamo per mettere in ordine un po’ di numeri che riguardano l’Emilia Romagna e fare il punto su quanto è stato fatto e quanto ancora c’è da fare alla voce sviluppo sostenibile.

L’economia emiliano-romagnola ha chiuso il 2018 con un +1,4% di PIL, prima regione per crescita. Il 2019 fa registrare qualche flessione, ma l’Emilia Romagna è ancora la “locomotiva” del Paese, è d’accordo?

«Sostanzialmente si, se guardiamo al tema del capitale economico, una delle 4 forme di capitale presi in considerazione quando si parla di sviluppo sostenibile l’Emilia Romagna, assieme alla Lombardia ed al Veneto, sta trainando l’Italia. Prendiamo il reddito procapite, il calo dei disoccupati, il dato sull’occupazione femminile e vediamo come l’Emilia Romagna rappresenta un’eccellenza nel contesto nazionale ed è in grado di competere con le regioni più avanzate d’Europa».

Ha parlato delle 4 forme di capitale da prendere in considerazione quando si parla di sviluppo sostenibile può elencarceli?

«Capitale economico, capitale umano, che è importantissimo, capitale sociale e capitale ambientale».

Ha indicato il capitale umano come importantissimo, qual è la situazione?

«Sul tema delle disuguaglianze, sulla salute, sulla parità di genere, la nostra Regione nel contesto italiano presenta una situazione migliore rispetto alle altre regioni. C’è anche l’aspetto dell’istruzione dove i nostri dati si avvicinano a quelli europei».

E gli aspetti di maggiore criticità dove sono?

«Indicatori più critici arrivano dal capitale sociale. Anche in Emilia Romagna si registra una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni come ad esempio il Parlamento e i partiti politici. C’è poi il capitale ambientale dove il contesto rimane critico per tutto il bacino padano rispetto agli obiettivi di uno sviluppo sostenibile».

Abbiamo visto i giovani scendere in piazza per i Friday for Future, ma come ci ha ricordato il tema ambientale è una delle criticità più evidenti in Emilia Romagna. Cosa si può fare?

«Partiamo da un dato positivo, negli ultimi anni si sono ottenuti risultati importanti per quanto riguarda la raccolta differenziata, che è cresciuta significativamente. Serve ripensare le produzioni di beni e in parte anche servizi in ottica di economia circolare, un sistema che sappia riutilizzare al massimo quelle che sono le materie prime che vengono messe in circolo e consumate. Ci sono molte esperienze in corso che debbono avanzare significativamente se vogliamo ottenere risultati fissati nell’agenda 2030, il lavoro da fare è ancora molto».

Durante l’ultima edizione di innòva abbiamo parlato di città e futuro. Com’è la situazione delle nostre città?

«Per quanto riguarda il capitale economico all’interno del territorio regionale ci sono aree forti: Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma. Troviamo situazioni di mercato del lavoro e tassi di disoccupazione meno positivi in alcune aree appenniniche e in zone della pianura più esterne rispetto all’asse di sviluppo con indicatori peggiori ed una situazione demografica più critica».

Dal punto di vista demografico qual è la situazione in Emilia Romagna?

«La demografia regionale  è in line a con una situazione demografica che caratterizza tutta l’Italia. Abbiamo ormai da tempo in regione un saldo negativo tra le nascite e le morti, la seconda tendenza è la presenza crescente nella popolazione residente di cittadini in età superiore ai 65 anni quelli che per  l’ISTAT sono considerati anziani, anche se la scienza medica indica 74anni il passaggio all’età anziana».

Non ci sono specificità tipiche della nostra regione?

«Si, i saldi migratori largamente positivi, dovuti sia alla componente interna, l’immigrazione dal mezzogiorno, e il fenomeno dell’immigrazione straniera che in regione ha sicuramente un rilievo più accentuato che in altre parti del Paese per la maggiore possibilità di trovare occupazioni lavorative sia nel settore industriale sia nel settore dei servizi, come ad esempio i posti di lavoro richiesti dalle famiglie (colf, badanti, assistenti familiari ndr)».

Siamo una “terra promessa” per i migranti ma ultimamente sempre più giovani emiliano-romagnoli emigrano, cosa ne pensa?

«Nella nostra regione non abbiamo movimenti migratori solo in entrata, ma abbiamo anche, da alcuni anni, movimenti migratori in uscita verso l’estero soprattutto di giovani italiani spesso molto qualificati. È una questione che va seguita con attenzione perché ovviamente ci sono aspetti positivi ma non possiamo nascondere il problema, del nostro Paese e anche della nostra Regione, di non riuscire a trattenere le migliori competenze».

Abbiamo toccato molti temi e parlato anche delle città. Lei ha pubblicato un libro, “Bologna oltre il PIL” , ci racconta qual è secondo lei il ruolo di Bologna in Emilia Romagna?

«Se stiamo ai dati oggettivi la realtà metropolitana di Bologna, quella che descrivo nel volume, è una realtà di oltre un milione di abitanti che tutti gli altri indicatori collocano tra le aree più forti del Paese. in alcuni casi in posizioni di eccellenza, ad esempio per l’alto tasso di occupazione e la bassa disoccupazione. Una delle grandi specificità dell’area bolognese è il grande protagonismo femminile sia per quanto riguarda lo studio che per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro. Una chiave di lettura interessante per leggere Bologna è quella che riguarda la parte femminile della popolazione rivolgendo una particolare attenzione a tutte le iniziative da sviluppare per raggiungere l’obiettivo fondamentale della parità di genere nelle opportunità di vita».

Se dovesse indicarci un paio di sfide per il futuro quali indicherebbe?

«Una grande questione è il lavoro giovanile. La nostra Regione ha sotto questo aspetto tassi di occupazione e disoccupazione molto migliori rispetto al resto d’Italia ma è evidente che negli ultimi anni il peso della crisi sociale ed economica ha peggiorato le retribuzioni e le situazioni contrattuali soprattutto delle giovani generazioni. Poi c’è il grande tema della trasformazione demografica, la crescente longevità della popolazione è una sfida da affrontare. Oggi 1 cittadino su 4 ha oltre 65 anni, nei prossimi anni si salirà a 1 su 3. Aggiungiamo la forte trasformazione della cultura familiare: avremo nuclei sempre più ridotti e anziani sempre più soli. Una riflessione di sistema su come sviluppare un settore di economia dei bisogni di queste persone è necessaria».