Liberare le città dalla paura

di Maura Manghi*

 

La nostra sembra essere diventata la società della paura.

 

Paura per la situazione economica che potrebbe portare famiglie una volta benestanti al limite della povertà.

 

Paura di situazioni incontrollabili ma che sembrano sempre più frequenti, come alluvioni, terremoti, eventi atmosferici estremi.

 

Paura di essere vittime di crimini, aggressioni o reati predatori spesso definiti minori ma che possono avere effetti devastanti sulla vita delle vittime.

 

Paura del terrorismo che colpisce quando meno te lo aspetti, del grande crimine organizzato, come la mafia, ma anche, e non in misura minore, del piccolo spaccio o dal furto in appartamento.

 

Compito della politica è quindi oggi sempre più garantire protezione e sicurezza ai propri amministrati. Farsi carico di queste paure e trovare una strada per garantire risposte alla domanda di maggiore sicurezza. E certamente per le vittime non è consolatorio sapere che gli omicidi sono diminuiti o che in generale, con poche eccezioni, il numero dei reati è in diminuzione. Anche perchè avvertiamo spesso la stanchezza e la sfiducia che porta a non denunciare nemmeno il piccolo crimine che si teme resti comunque impunito.

 

Come affrontare quindi queste vecchie e nuove paure, questi vecchi e nuovi crimini?

 

Certamente la risposta alla paura non può consistere nell’alzare ulteriormente il livello della violenza, promuovendo un’autodifesa incontrollata o il moltiplicarsi di “ronde” illegali e spedizioni punitive. La “giustizia fai da te” non risolve i problemi ma li accresce.

 

Nemmeno la militarizzazione delle città può essere una soluzione definitiva e vincente.

 

L’impiego di corpi specializzati militari può ad esempio servire contro le minacce terroristiche, ma certamente non serve ad individuare i topi da appartamento o contrastare la filiera dello spaccio.

 

Meglio rispondere con una rinnovata collaborazione fra cittadini, forze dell’ordine e amministratori: anche nella nostra provincia si moltiplicano i controlli di comunità: cittadini che vigilano sulle loro strade e sui loro quartieri in stretto contatto con interlocutori attenti e disponibili ad agire.

 

Poi con un miglior impiego delle forze dell’ordine. Più agenti nelle strade, migliore organizzazione del lavoro, riducendo ad esempio la burocrazia interna a tutto vantaggio del tempo speso in presidio del territorio e in indagini.

 

E con una sempre maggiore preparazione delle forze dell’ordine, sia nel campo delle indagini che in quello del mantenimento dell’ordine e della sicurezza nelle città. La realtà dei mezzi a disposizione degli investigatori non è certo oggi quello che appare nelle serie televisive poliziesche.
Serve certamente anche la certezza della condanna e della pena per i colpevoli. E per questo occorrerebbe una vera riforma del diritto e della procedura penale che non si limiti all’aumento delle pene, in un crescendo di inutili grida manzoniane, o in un prolungamento senza fine del termine di prescrizione, ma che semplifichi e riduca i procedimenti, derubricando i comportamenti che non sono di grande pericolo sociale, ma riservando tempi e mezzi dei processi ai crimini che colpiscono al cuore i cittadini, specie quelli più fragili. E soprattutto riducendo drasticamente i tempi dei processi perchè una giustizia che arriva a dieci anni dal crimine è una non giustizia.

 

Serve infine una revisione ed un potenziamento degli spazi carcerari, oggi drammaticamente inadeguati, rafforzando e sviluppando inoltre le misure alternative al carcere per i reati meno violenti e socialmente pericolosi, anche con un migliore utilizzo della tecnologia, e sempre nell’ottica di un reinserimento pieno e vero nella società

 

Ma per molti aspetti resta valida la vecchia ricetta: la criminalità si combatte risanando le situazioni nelle quali lo Stato è lontano o latitante, eliminando le “zone franche” delle città dove si annidano vere e proprie bombe sociali pronte ad esplodere. Zone franche che però non si eliminano con le “ruspe” ma risolvendone i problemi economico-sociali, garantendo case decorose, aiutando a trovare un lavoro, costruendo un’integrazione vera fra la società e i soggetti più deboli.

 

Un’ultima considerazione sul rapporto, spesso sottinteso, fra immigrazione e criminalità.

 

In tutte le società, in tutte le culture, in tutte le etnie vi sono criminali e brave persone. Gli immigrati non sono tutti santi, come non lo sono tutti gli italiani, ma non sono nemmeno tutti criminali.

 

Ma il crimine si insedia dove non vi sono regole che possano essere fatte rispettare, dove non vi sono possibilità ed opportunità per sopravvivere onestamente, dove si lascia mano libera alle organizzazioni criminali per gestire fenomeni inarrestabili e che la società si rifiuta di prendere in carico.
La mancanza di canali di immigrazione legali e controllati dallo stato, di veri ed efficaci corridoi umanitari per chi ne ha realmente bisogno, di possibilità di permesso legale di ingresso di lavoratori spesso richiesti dalle nostre aziende ha messo nelle mani dei criminali che gestiscono gli imbarchi clandestini e del caporalato delle mafie italiane migliaia di esseri umani che volevano solo una possibilità di vita.

 

Solo ripristinando questi corridoi si potrà dare un colpo mortale ai trafficanti di uomini e contemporaneamente ridurre il numero di disperati disposti a tutto che potrebbero aggirarsi nelle nostre citta.

 

Purtroppo le ultime azioni del governo vanno nella direzione diametralmente opposta, aumentando il numero di clandestini e di chi non riesce ad integrarsi e ad inserirsi nella società.

 

*Presidente Ordine dei Notai di Reggio Emilia. È vicepresidente del Consiglio Comunale di Reggio Emilia, responsabile sicurezza e legalità del Pd Reggio Emilia.

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