L’immigrazione serve, ma non tutta

di Carlo Taglini
@carlotaglini

Negli ultimi giorni è stato finalmente squarciato uno dei tanti veli di ipocrisia relativi al tema dell’immigrazione. Prima il Premier Giuseppe Conte (in maniera molto equivoca e poco chiara, qui il video) poi il sindaco di Milano Giuseppe Sala hanno sostanzialmente affermato che l’immigrazione non è tutta uguale. Sala, anche grazie al fatto di essere stato eletto con il PD e quindi non tacciabile di razzismo/qualunquismo/populismo […] , è stato piuttosto chiaro: «l’immigrazione africana porta persone che hanno livello d’istruzione pari a zero e che non hanno mai lavorato, questa è la verità».

Come possiamo inquadrare il problema in senso economico?

L’immigrazione è vero che serve, ma non tutta.

Semplificando all’osso, la crescita economica è basata sulla produzione di sempre maggior valore aggiunto. Questo obiettivo in ultima analisi lo si ottiene grazie al miglioramento della produttività e quindi grazie a investimenti in capitale umano e capitale fisico. L’immigrazione è necessaria affinché il capitalismo funzioni: se un Paese necessita di ingegneri deve avere la possibilità di importarli, ma lo stesso discorso vale per qualsiasi altra mansione. L’importazione di forza lavoro di qualità permette al paese di avere a disposizione uno stock di capitale umano migliore; i lavoratori immigrati guadagnano maggiori salari rispetto a quanto guadagnerebbero nei loro paesi d’origine e consumando tengono in piedi l’economia.

Se invece l’immigrazione non è di qualità o se comunque coloro che arrivano in un paese non hanno le competenze per inserirsi nel mondo del lavoro (competenze che mancano persino a molti italiani) e quindi integrarsi, lo stock di capitale umano non aumenta, mentre crescono i costi sociali (welfare) e si innescano una serie di esternalità negative (maggior lavoro per forze dell’ordine, maggiore microdelinquenza e via dicendo) che, oltre a incrementare le tensioni sociali, finiscono per generare una serie di costi non stimabili.

La testa sotto la sabbia.

Uno dei motivi per i quali i partiti cosiddetti “populisti” hanno guadagnato voti è il suicidio della sinistra su questa tematica, con la continua negazione da parte di molti suoi esponenti circa l’esistenza del problema stesso. La filastrocca del “sono necessari per pagarci le pensioni”, oltre che ad essere  a forte connotazione schiavista (l’Italia non deve accogliere gente per sfruttarla e tenere in piedi lo schema Ponzi delle pensioni pubbliche) non ha certezze matematiche: perché se è vero che tanti immigrati che lavorano versano regolari contributi, stimare l’impatto economico effettivo dei “non-integrati” è un esercizio molto difficile e che la cui misura varia molto a seconda di chi ne effettua una misurazione. 

Non ho dati per dire se l’affermazione di Giuseppe Sala sia corretta in senso assoluto, ma mi sembra veramente uno degli ultimi che possa avere interesse a parlare a vanvera. Per quanto concerne le possibili soluzioni, c’è chi come Antonio Padellaro (su Il Fatto Quotidiano) propone fantasiosi piani di istruzione degli immigrati; senza voler approfondire, per ora, che in tale proposta allo stesso tempo si sopravvalutino le capacità del sistema d’istruzione italiano, si sottovalutino i tempi per acquisire competenze di qualità e soprattutto non si comprenda la complessità della realtà lavorativa moderna che richiede aggiornamento continuo e quindi un forte commitment da parte del lavoratore stesso. Il dibattito è quindi appena all’inizio.
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