L’intervento di Maura Manghi ad innòva 4

di Maura Manghi


Siamo ormai arrivati al quarto appuntamento di Innova per la Fondazione Ora e mai come oggi dobbiamo constatare quanto la realtà sia mutevole:


Quello che ieri ci pareva un percorso già tracciato verso l’innovazione ed il progresso del paese ha mostrato arresti e svolte imprevisti.


Ricordiamo rapidamente cosa significa innovazione:


Innovazione per me vuol dire innanzitutto progresso, cambiamento in meglio della società, spostare avanti i propri limiti, portare qualcosa di nuovo in qualcosa di vecchio o superato. Vuol dire trovare le risposte giuste a vecchi e nuovi bisogni.


E’ causa ed effetto di continua trasformazione e perciò investe ogni aspetto della vita delle persone. Innovare significa chiedersi come affrontare il mondo nei prossimi vent’anni e più.


Nessuno però possiede la sfera di cristallo ed è praticamente impossibile prevedere come sarà il mondo fra trent’anni.


Alla fine degli anni 60 pensavamo di poter conquistare lo spazio in pochi decenni.


Negli anni 70, complice le prime consapevolezze sulla fragilità della civiltà tecnologica cominciavamo a temere il collasso delle economie occidentali e l’esaurimento delle materie prime.


Negli anni 80 e 90 ci eravamo convinti al contrario di una inarrestabile crescita economica.


Alla svolta del millennio è arrivata la civiltà digitale, con le sue promesse e le sue illusioni, presto schiacciate dalla più pesante e più lunga crisi economica dopo quella del 1929.


Questo breve panorama storico per dire che non dobbiamo dare nulla per scontato e che il mondo prende sempre strade imprevedibili.


Ma c’è un minimo comune denominatore in questi cambiamenti: non si torna mai indietro.


Non ci sono mitiche età dell’oro alle quali tornare.


Il futuro è quindi davanti a noi ed è necessariamente diverso dal passato.


Innovare le città significa quindi essere anche un po’ indovini e vedere cosa fare per aiutare le nostre città ad essere un luogo in cui si vive bene, in cui si trovi una soluzione ai bisogni vecchi e nuovi.


Un primo aspetto dell’innovazione da prendere in considerazione ed è quello tecnologico.


Il mondo sembra andare verso una interconnessione crescente.


Una crescita della tecnologia non può quindi che passare dalla diffusione capillare della cultura digitale, una città nuova ed innovativa non può avere cittadini tagliati fuori dal flusso delle conoscenze e delle informazioni. Sia dal punto di vista degli strumenti a disposizione, sia dal punto di vista della conoscenza e dell’uso di questi strumenti.


Si deve poi passare alla creazione di luoghi e spazi innovativi, dove la bellezza e la funzionalità possano coniugarsi con la necessità di rispettare il nostro pianeta. A Reggio Emilia proprio qui nello spazio del Tecnopolo e delle ex Reggiane abbiamo un esempio eccezionale di riqualificazione ed innovazione urbana.


Le città poi hanno bisogno di spazi privati e di spazi pubblici. Spazi privati dove vivere bene, e spazi pubblici, dagli ospedali alle attrezzature sportive, dai parchi giochi alle scuole, da luoghi di ritrovo e di divertimento alle strutture per anziani e non autosufficienti, dai cinema e teatri ai negozi ed ai luoghi di commercio.


Tutti questi luoghi vanno collegati da reti efficienti di trasporto pubblico e privato, da impianti per le fonti energetiche, fognature, da modi e luoghi di smaltimento dei rifiuti, da infrastrutture moderne insomma.


Per la nostra città moderna ed ideale abbiamo assolutamente bisogno di maggiore cultura e di ricerca scientifica e tecnologica.


I problemi che oggi ci paiono insuperabili si potranno risolvere solo con il progresso della ricerca. 


Ricordiamo sempre che noi siamo il paese civile che spende meno in università e ricerca e che siamo il paese con il minor numero di laureati sul totale della popolazione.


La risposta ai bisogni delle persone non è mai meno scienza ma più scienza. Aver paura di quello che la scienza può portare significa accettare di non potere avere risposte.


Progresso non vuol dire sempre più grande. Vediamo già adesso nel mondo del commercio come negli USA siano in crisi non solo i piccoli commercianti, ma anche i grandi centri commerciali, tutti soppiantati dal più semplice e rapido commercio elettronico.


Innovazione vuol poi dire ripensare integralmente al sistema dei trasporti (metropolitane, treni, auto elettriche, car sharing?), al sistema dell’economia (andiamo verso il più grande o il più piccolo? verso il chilometro zero o la globalizzazione immediata degli scambi?), alla struttura fisica delle città.


Può esistere una casa che non sia solo eco sostenibile, ma che rientri in un programma vasto di riuso delle risorse? E se esiste quanto costa? Quanti e in quali parti del mondo potranno permettersela?


Ripensare al modo di lavorare. Capire che certe forme di produzione e certi prodotti che ancora oggi riteniamo validi sono ormai obsoleti, che certe forme di lavoro non hanno più ragione d’essere, che le stesse dinamiche del mondo del lavoro vanno profondamente ripensate.


Ripensare alla cura delle persone. Trovare sistemi diversi dalla grande ospedalizzazione e dalle strutture per non autosufficienti come il co-housing.


Prima di chiudere il discorso sull’innovazione nelle città, occorre però tornare un attimo su quanto avevamo detto a proposito di innovazione dei sistemi politici e di governo, compresi quelli delle realtà territoriali.


Ogni risposta innovativa richiede infatti una struttura politica in grado di supportarla.


Oggi ad esempio si parla di nuovo di ripristino della elettività delle province.


Un ulteriore ente fra stato e cittadino, risollevato al rango di ente elettivo e di importanza costituzionale (mentre col referendum si era pensato di abolirle del tutto).


E’ vero che in tutto il mondo, ad oggi livello, c’è una crescente voglia di partecipazione, ma è anche vero che maggiore partecipazione non può voler dire maggiori livelli burocratici.


La digitalizzazione non serve se ogni atto amministrativo deve essere trattato e discusso almeno con dieci livelli decisionali. Con la consapevolezza inoltre che soddisfare l’esigenza di una parte spesso significa scontentarne un’altra.


Vorrei finire con solo un cenno ad un pericolo della cultura digitale che forse stiamo ancora sottovalutando; e vorrei farlo riportando le parole sulla Brexit che ha detto CAROLE CADWALLADR la giornalista che ha scoperchiato lo scandalo Cambridge analityca all’ultimo TED di Vancouver:


“l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi finanziatori.”


Attenzione quindi anche ai pericoli dell’informazione globale perchè non è tutto oro quel che luccica nel mondo dell’innovazione. E prendetevi un paio d’ore per riguardare Matrix.

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