L’Italia stavolta rischia davvero

Una parola inglese nota, fino a qualche tempo fa, solo agli addetti ai lavori ed oggi in grado di far cadere Governi e mettere in crisi gli Stati. Lo spread è sulla bocca di tutti soprattutto adesso che in Italia, come nel 2011 quando il Premier Berlusconi fu costretto al passo indietro, il suo valore torna a far paura. Cos’è davvero questo indice di cui, dai telegiornali al bancone del bar, tutti parlano? Lo abbiamo chiesto a Carlo Taglini, classe 1986, una laurea in Economia all’Università Marco Biagi di Modena autore del paper “Generazione 90210” (in uscita) al quale abbiamo chiesto di scrivere per noi una piccola guida sullo spread (scaricabile gratuitamente qui).

 

Taglini spread è diventata una parola ormai nota ai più. Hanno spiegato in molti che si tratta del differenziale tra i titoli di stato italiani (BTP) e quelli tedeschi (Bund) ma cos’è davvero? E perché è diventato così importante?
 
«Tecnicamente lo spread è un differenziale di rendimento due titoli di stato. Volendo si potrebbe parlare anche di spread tra BTP e Bonos, i titoli spagnoli, ma per noi italiani come per tutti gli altri Paesi europei è utile rapportare il costo di rifinanziamento del nostro debito con quello della Germania, ossia dell’economia più forte dell’Unione monetaria. Per convenzione si è scelto di raffrontare i titoli con scadenza decennale. Lo spread è quindi importante perché è un indicatore sintetico del livello di fiducia dei mercati nei nostri confronti e di conseguenza nella competitività del Paese».
 
Sentiamo parlare quasi quotidianamente di BTP, ma cosa sono esattamente e chi li possiede?
 
«BTP sta per Buoni Poliennali del Tesoro, sono titoli di debito emessi dallo Stato italiano con scadenza superiore all’anno solare. La maggioranza dei BTP è detenuta da istituzioni creditizie e assicurative ma anche da privati cittadini, i famosi risparmiatori».
 
Quindi ogni volta che aumenta lo spread sono i risparmiatori a rimetterci?
 
«Se aumenta lo spread aumenta il rendimento richiesto sui titoli di debito, quindi il valore dei BTP cala. Chi già detiene un BTP e deve liquidarlo registra una perdita. Inoltre, dal momento in cui aumenta il rendimento dei BTP, aumenta anche il costo del finanziamento, quello che gli anglosassoni chiamano funding, per i privati e per le aziende». 
 
Chi ha acceso un muto può stare tranquillo?
 
«Gran parte dei mutui variabili sono legati all’Euribor e quindi non è assolutamente automatico il legame tra spread e tasso sui mutui. Esso dipende dal costo del denaro che viene deciso dalla Banca Centrale Europea. Quindi, in linea teorica, un aumento dello spread porta ad un incremento del costo del finanziamento, mentre sono le formule tecniche del mutuo a determinare come tutto questo si ripercuota sulla rata. É molto più probabile che siano i nuovi finanziamenti a scontare il maggiore rischio e che di conseguenza vengano erogati mutui, sia a tasso fisso che variabile, a condizioni più stringenti di quelle attuali».
 
Nel paper che ha firmato per Fondazione Ora! spiega l’economia attraverso la narrativa. Quanto conta lo storytelling per l’andamento dello spread?
 
«Molto. L’Europa è passata attraverso epoche nelle quali vi erano evidenti sbilanci commerciali infra-area assolutamente non sostenibili nel lungo periodo ma lo spread era pressoché a zero, questo perché la fiducia nel progetto europeo era elevata e si dava per scontato che in caso di difficoltà di un’economia si sarebbero innescati meccanismi di solidarietà. Qualcosa di simile a quello che avviene negli Stati Uniti. La verità è che dal 2007 in avanti, sono esplose tutte le contraddizioni che per tempo erano rimaste sopite. Come spiego nell’approfondimento (scaricabile gratuitamente qui), ad oggi in Europa stiamo assistendo ad uno scontro di visioni sociali e di conseguenza economiche o viceversa».
 
Perché l’Italia, per il suo Documento di Economia e Finanza, cioè per decidere come impiegare le proprie risorse, ha bisogno del parere di Bruxelles?
 
«In assenza di un governo centrale, l’Europa deve reggersi sulla convergenza dei bilanci; in un’epoca nella quale l’Europa sta attuando una politica fiscale restrittiva, anche l’Italia o la Francia dovrebbero fare la stessa cosa. È impensabile un’area monetaria comune nella quale ogni Paese attua politiche fiscali come meglio crede, questo non  è sostenibile. Le risorse sono italiane, ma la moneta è comune».
 
Varare un DEF in deficit significa spendere più di quello che si incassa. Il Governo dove prende i soldi?
 
«Se il Governo italiano vuole aumentare il deficit può farlo a rischio e pericolo degli italiani però. A parità di altre condizioni, più deficit significa più BTP all’asta, più rischio default e quindi maggiori rendimenti richiesti dal mercato».
 
Il Paese può reggere un deficit del 2.4%?
 
«I livelli di rischio del 2011 francamente credo siano stati ampiamente superati. Allora l’Italia venne trascinata nella crisi da altri paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna che mostravano spread più elevati di quello italiano. Lo spread dei titoli spagnoli, i Bonos, è di 104 punti base, quello italiano oltre i 300 punti. Oggi è l’Italia il fanalino di coda è lei che rischia di trascinare nella crisi il resto del continente. Ma attenzione non è tutta colpa del nuovo Governo, il sorpasso spagnolo, ad esempio, è avvenuto da tempo il DEF firmato dal Governo Lega-Movimento5Stelle ha reso il tutto ancora più palese ma la sfiducia dei mercati era già visibile negli anni passati».
 
Per alcuni la soluzione è il cosiddetto piano B cioè l’uscita dall’euro. Converrebbe agli italiani?
 
«Il problema dell’Italia non è la moneta forte bensì l’inefficienza. Tasse elevate, burocrazia lenta, incertezza della pena e infrastrutture carenti sono il freno agli investimenti e quindi all’incremento della produttività e dei salari. Rimanere nell’euro senza fare le riforme strutturali è un suicidio, uscire dall’euro per inflazionare porterebbe l’Italia ad un modello economico da terzo mondo che premierebbe un tessuto produttivo che, al netto di alcune eccellenze, punterebbe su prodotti a basso valore aggiunto e competitivi solo grazie al prezzo. Uscire dall’euro varando le riforme strutturali nel lungo periodo sarebbe praticamente equivalente a rimanere nell’euro e allora mi chiedo che senso avrebbe uscirne? Comporterebbe solo maggiori rischi sul piano dell’opportunità politica».

 

Quindi quale sarebbe un progetto credibile se come ci ha detto maggior deficit e uscita dall’euro non la convincono?

«L’Italia deve raggiungere il livello d’efficienza della Germania per poi diventarne il principale alleato sul piano economico ma lo può fare solo se le ragioni dell’economia e dell’efficienza prenderanno il sopravvento su quelle del calcolo politico».
 
 L’intervento di Mario Draghi con il famoso Quantitative Easing è stato un aiuto concreto?
 
«Senza l’intervento di Draghi gli spread sarebbero rimasti su livelli stellari nonostante le manovre di Monti in Italia e di Rajoy in Spagna. La compressione dei tassi d’interesse, che dovrebbe finire nel 2019 con il cambio del Governatore della BCE, ha portato ad una riduzione del costo del finanziamento ed ha senz’altro favorito l’erogazione di nuovi prestiti, come ad esempio i mutui a tasso più basso che sono stati senz’altro un’opportunità. Un’opportunità anche per gli stati sovra-indebitati come quello italiano che purtroppo non è stata sfruttata: dopo Monti, nessun governo ha ridotto il deficit strutturale, i miglioramenti dei conti pubblici sono stati figli del QE e della ripresa, comunque la peggiore d’Europa, e del conseguente aumento del gettito fiscale».
 
Il dibattito politico ruota attorno al valore dello spread. La politica fa bene a farsi condizionare dall’economia o dovrebbe ignorare i mercati?
 
«I politici possono trovarsi in tutti i salotti televisivi, sedersi comodi e raccontarsela come desiderano, ma nessuna loro scelta, economica e non, può sopravvivere nel lungo periodo se porta a conseguenze non sostenibili. Negli anni ’80 questo paese faceva deficit “come se non ci fosse un domani”, ma poi il domani è arrivato e ne stiamo pagando le conseguenze. Non c’è nulla di spietato in tutto questo bensì molto realismo: se da giovane non studio, difficilmente da grande avrò successo. Ciò che vale per le singole persone vale per lo Stato, è realismo, buon senso, eppure abbiamo ancora personaggi che credono che la ricchezza possa essere prodotta grazie al deficit, alla stampa della moneta o tassando i passeggeri degli aeroporti per respirare l’aria condizionata come hanno fatto in Venezuela. E’ tempo che tutti i rami del Parlamento tornino ad essere popolati da gente responsabile più che da persone competenti. Perché nello specifico non contesto misure come il Reddito di Cittadinanza o la Flat Tax, contesto che non si capisca o non si voglia capire che le risorse vanno trovate diversamente sui già oltre 800 miliardi di spesa pubblica. Ma, come ho già detto, questo problema non nasce sicuramente con questo Governo».
 
Nel 2011 Mario Monti fu chiamato in fretta e furia perché c’era il rischio di finire come la Grecia. Oggi quasi tutti, anche chi quel Governo lo sostenne, vedono nel Senatore Monti un simbolo dei problemi dell’Italia. Cosa ne pensa?
 
«Mi passi una metafora Mario Monti ha calciato un rigore molto peggio di quanto fece Baggio nel 1994. Ha giustamente cercato di correggere il deficit strutturale del Paese, ma lo fece nel modo più sbagliato possibile ossia esclusivamente con l’aumento della tassazione. Anche in quella occasione si finì per punire chi già pagava le tasse. Tutto questo ha avuto due conseguenze devastanti: la prima di carattere economico, con il PIL che registrò un -2.4% nel 2012 ed un -1.8% nel 2013, la seconda di carattere culturale. Di fatto, dopo Monti è diventato impossibile parlare di controllo dei conti senza che venga evocato quanto accaduto nel 2012. Monti ha ridato forza alla narrativa della crescita in deficit, un’evidente bufala guardando la traiettoria del rapporto debito/PIL italiano e mondiale».

 

A fine intervista prima di salutarci, parlando dei progetti futuri di Taglini che sono tanti, il suo tono si fa serio e ci racconta tutta la sua preoccupazione per l’attuale momento. Manca una visione sarà la frase più ricorrente ma, dalle sue parole emerge anche una certa delusione – figlia di un’evidente fiducia riposta – nei confronti del Ministro dell’Economia Tria. Non pensavo veramente che il Ministro venisse beffato così, la situazione rischia di diventare drammatica.

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