Ma quale destra? Serve una nuova idea “centrale” di cittadino, società e nazione in una nuova idea di Europa

di Daniele Priori
@PrioriDaniele

 

Che cos’è la destra? Cantava Gaber aggiungendo ancor più mesto: cos’è la sinistra?
Definizioni ottocentesche ormai prive di senso nell’era in cui viviamo: l’epoca dei contenuti e del vuoto, o meglio dei contenuti vuoti. Anzi, meglio (peggio) ancora: delle fake news e dei social network, megafoni prediletti dai bufalari quanto afoni di riflessioni, disinteressati alla necessaria lentezza delle analisi, ma abili e utili nell’obiettivo di vincere le elezioni.

 

Cos’è la destra di oggi, dunque: sovranista in un’epoca nella quale a regnare sovrani sono solo l’ignoranza e il tifo convinto per lei. La beata ignoranza di chi non perde tempo a leggere la pagina di un libro e nemmeno di un giornale ma  – legittimamente – ha il diritto di esprimersi e lo fa nelle urne, dopo aver vomitato e ringurgitato ogni tipo di castroneria sui social media, poveri noi.

 

Questa destronza rappresenta la maggioranza. Oggi il 60% degli italiani diviso tra i nuovi destri, quelli cattivisti, duri e puri che votano Lega, eredi (ma molti non lo sanno perché  sono troppo giovani, altri fanno finta di scordarlo) di chi, fino a meno di vent’anni fa, sputava sul Tricolore e urlava per dare la Padania ai padani, altro che l’Italia agli italiani.

 

L’altro 30% è confuso in un qualunquismo che ha raggranellato il peggio della destra e della sinistra, mettendolo insieme in un movimento telematico che nel nome “5 Stelle” sembra un albergo più che un cartello politico, tanto affollato quanto senza collocazione e forte di questo, almeno per ora.

 

Il resto del centrodestra è contorno. Con una Forza Italia orfana del sogno berlusconiano, l’unica ragione (non politica) che l’ha sostenuta per venticinque anni e di fatto in via di estinzione. Con Fratelli d’Italia alla sua destra che è un partito soltanto all’interno del Grande Raccordo Anulare di Roma, mentre per il restante 96% degli italiani (forse) sono le prime parole dell’Inno di Mameli. Dico forse perché è più probabile che almeno la metà di questi nemmeno le parole dell’inno nazionale ricordi a memoria.

 

Nonostante ciò soprattutto i giovanotti nei licei – quelli che si rivolgono a Forza Nuova, Casa Pound (a proposito ma questo Pound se lo saranno chiesto chi era? Secondo me no),  sentono il bisogno di continuare a dirsi fascisti, con orgogliosa insipienza e nel silenzio sconfitto di quelle persone disilluse – come chi scrive – che hanno provato, finora fallendo, a manifestare altre idee possibili di destra.
Possibili forse quanto al momento, nei fatti, certamente irrealizzabili. A tal punto che varrebbe la pena non parlarne. Tacere e votare quello che c’è, il più possibile lontano da questa sedicente, volgare e mostriforme destra.

 

E allora cerchi il “partito che non c’è”: centrale,  di massa ma non per forza della massa, che guardi all’individuo come corpo, anima ed essenza alla base del corpo sociale del Paese, una forza o anche una federazione di gruppi, associazioni che sia capace di spiegare con onestà e coraggio le grandi ragioni e i grandi perché che si celano dietro le scelte. Europeista ma capace di critiche costruttive all’Europa delle banche e dei burocrati, proponendosi come modello per una Europa dei popoli che non tema la democrazia e la politica, non tema le diversità e  – unita nelle sue specificità di nazioni dalla grande Storia – ritrovi il coraggio, ad esempio, per riscrivere una Costituzione europea e, a seguire, un esercito comune, vecchia proposta forse un po’ provocatoriamente (quanto ad oggi lontanissima dalla claudicante realtà attuale) rilanciata dal presidente francese Macron durante il recente incontro col leader americano Trump.

 

Un partito ispirato a idee liberali, riformatrici, nazionali ma che abbia dell’identità un’idea fluida e capace di aderire alle trame del progresso, governando con lucidità e senza paura fenomeni globali e storicamente inevitabili come le migrazioni,  che non tradisca, anzi adegui e conservi le grandi tradizioni di un Paese ricco di Storia quale è l’Italia.

 

Una destra che risalga dalla pancia al cuore e alla testa delle persone. Che non svilisca né abbia paura della cultura – sempre benedetta  –  e del confronto costruttivo e benvenuto tra persone di diverse culture. Che guardi con rispetto alla religione cristiano-cattolica  sulle cui radici si è fondata la nostra società fino a tutto il Novecento, ma per questo non si nasconda con ipocrisia dietro di essa e non abbia paura di affrontare con libertà e coscienza le sfide della scienza, della tecnica, del diritto contemporanei, superando un concetto anacronistico di bioetica e dottrina sociale della Chiesa nelle quali finirà per non ritrovarsi la Chiesa stessa che, a piccolissimi e lentissimi passi ancora non “predicati”, sta – persino lei – iniziando a fare i conti con la narrazione inevitabile della modernità.

 

Un movimento che sappia riproporre al governo le ricette economiche figlie del liberalismo europeo. Modelli come l’economia sociale di mercato che non ceda all’assistenzialismo spendaccione , anzi punti con decisione alla crescita e allo sviluppo attraverso una progressiva politica di detassazione per gli imprenditori che reinvestono gli utili in acquisti di mezzi da lavoro, formazione e assunzioni a tempo indeterminato, così da creare – insieme allo sviluppo – un autentico progresso che possa comprendere, senza creare ulteriori debiti, una certa capacità di aiutare chi rimane indietro, favorendone realmente una autentica inclusione.

 

Un partito, una destra, un movimento con uno statuto e delle tessere, oppure liquido che origini dal web, all’americana o sia – nel senso migliore dell’espressione – all’italiana che abbia però in mente una fotografia organica e complessa della società e del Paese. Che, come dovrebbe essere per tutte le persone che si accostano alla politica da intendersi come reale servizio alla collettività, non guardino solo al domani dell’urna elettorale ma mirino con il loro operato – non sempre popolare, ancor meno spesso populista – a un futuro possibile, vivibile, umano per il Paese nel suo complesso.

 

Questa è la mia destra. Questo è il mio partito che non c’è. Questa è la mia idea di politica e di patria, oggi più che mai orfana di camerati, padri e fratelli. Per non dire, sull’altra riva del fiume, di “compagni” che, forse, a giudicare dalle montagne di parole che si blaterano addosso –  penso se la passino addirittura peggio di così.

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