Marco Minniti candidato senza social, il parere degli esperti.

L’assemblea dell’hotel Ergife dove si è riunita l’assemblea nazionale del Partito Democratico ha detto l’avvio ufficiale al congresso che eleggerà il successore, alla guida del partito, di Matteo Renzi.
A Nicola Zingaretti si sono aggiunte negli ultimi giorni le candidature di Marco Minniti e Maurizio Martina. A colpire dell’ex Ministro dell’ Interno è un dato in controtendenza rispetto alla quasi totalità dei politici di primo piano, cioè l’assenza dai social network.

 

Un elemento unconventional soprattutto a fronte di una candidatura alla segreteria del più grande partito riformista italiano. Infatti i suoi principali competitor sono ben presenti sui social. La pagina Facebook del governatore del Lazio Nicola Zingaretti registra 235.259 like, il suo account Twitter 387.711 follower ed è presente anche su Instagram dove gli aggiornamenti sono quotidiani e può contare su 22.700 follower. Numeri leggermente inferiori per Maurizio Martina (86.121 like per la sua pagina Facebook, 219.526 follower su Twitter e una presenza meno costante su Instagram che registra 12800 follower) ma una presidio della piazza virtuale comunque significativo.

 

Di Minniti – dicevamo – colpisce l’assenza sui social network, abbiamo chiesto a Dino Amenduni socio dell’Agenzia Proforma di Bari e curatore di un laboratorio di comunicazione politica ed elettorale all’Università di Perugia, Martina Carone consulente in comunicazione per Quorum/YouTrend e blogger per Linkiesta.it, Alice Borutti esperta di comunicazione e consulente di campagne elettorali, Giusy Russo comunicatrice e blogger per Linkiesta.it ed Emanuela Goldoni digital project manager il loro parere su questa assenza.

 

Secondo voi, nel 2018, si può affrontare una candidatura senza avere una presenza sui social network? Avrebbe senso, per Minniti, colmare adesso questo gap ed affidare la sua comunicazione social a terzi?

 

Dino Amenduni: «Nel 2018, in Italia, esiste un bene inestimabile per i candidati, un bene solitamente scarso, purtroppo, cioè la credibilità personale. Spesso la credibilità passa per la percezione di coerenza e la decisione di prendere strade apparentemente poco comode pur di mantenere la propria identità. La valutazione strategica che Minniti si trova a fare non è semplicemente “ho bisogno dei social?” (e chi non ne avrebbe bisogno, oggi?) ma “è più importante preservare l’autenticità di un profilo nel tempo, a costo di rimetterci qualcosa in termini di efficacia di comunicazione, o è più importante cercare di massimizzare la propria presenza sui social media rischiando però di apparire eccessivamente strumentali e artificiali nel farlo sopratutto se si è candidati e non si è mai stato sui social finora?».

 

Martina Carone: «Certo che si può, ma è una scelta che deve dipendere dal contesto. Ogni campagna elettorale, di qualsiasi livello, deve partire dalla definizione di una strategia: quali obiettivi porsi, quale posizionamento assumere, quali canali tenere in considerazione. La definizione dei canali è solo una di queste tappe, e ci sono elezioni in cui i canali social possono non essere particolarmente incisivi, o addirittura inutili. Ma, ripeto, dipende dal livello a cui ci si candida: un consigliere comunale, spesso, non ha bisogno di moltissime preferenze per essere eletto, e quindi i social possono essere un utile megafono ma non per forza necessario. Tuttavia, a livello nazionale non utilizzare i nuovi media può essere un errore: secondo l’ultimo Rapporto Censis, Facebook è il canale di informazione per il 35% degli italiani, secondo solo alla TV (68%). Riguardo Minniti, si può obiettare che aprire i social solo ora possa apparire essere incoerente. Tuttavia, è lo scenario a definire le strategie: una cosa è godere di consenso da ministro, un’altra è cercare voti, spingere le persone ad andare a votare per te coinvolgendole (e su questo, i social sono fondamentali). Minniti, quando si è candidato alle politiche, ha avuto un risultato assai modesto: è ora di cambiare strategia».

 

Alice Borutti: «Marco Minniti è l’unico tra i candidati a non aver mai posseduto un qualsiasi account sui social network più diffusi. In un intervista rilasciata a Claudio Cerasa su Il Foglio dedicò ai social network parole tutt’altro che positive. Coerente con il proprio profilo di politico integerrimo, rigido e diretto, non usa ampie perifrasi per spiegare la propria opinione negativa sulle leve psicologiche che caratterizzano i meccanismi dei social network, basate sul desiderio di approvazione da parte di quante più persone possibili. Una scelta tranchant e controcorrente che a mio avviso, se mantenuta, potrebbe costituire un’utile case history per confronti e progetti futuri. Da ex ministro dell’Interno e politico di lungo corso, Minniti ha goduto di un’ampia notorietà tramite i media tradizionali quali tv e stampa, è davvero utile per il suo profilo politico tentare una tardiva apertura proprio a forme di comunicazione che ha definito come deformanti e dannose? Per coerenza con le proprie affermazioni no. Il rischio di incappare nello stesso errore di Mario Monti nel 2012, quando candidatosi con il proprio soggetto politico Scelta Civica, cercò di cambiare l’immagine di alfiere dell’austerity in loden, di grigio professore ex commissario europeo e freddo tecnocrate, è alto, e uscire dai panni del personaggio costruito fino ad oggi per assumerne altri a circa 3 mesi dal voto delle primarie genera confusione tra i propri sostenitori più che attrarne nuovi».

 

Giusy Russo: «L’eventuale scelta di iniziare a usare adesso i social network potrebbe essere percepita come poco coerente con il profilo del personaggio. Tuttavia, secondo il quindicesimo rapporto sulla comunicazione del Censis, il 78,4% degli Italiani è su Internet e il 72,5% usa i social network. In particolare, oltre la metà dei nostri connazionali, per la precisione il 56%, ha un account Facebook, il 26,7% ne ha uno su Instagram e il 12,3% adopera la piattaforma dai 280 caratteri (twitter ndr). Immediatezza e fonte diretta sono alcune delle caratteristiche delle piattaforme digitali, che ormai concorrono a pieno titolo con i media tradizionali nel fornire notizie. Spesso tweet, post e live sostituiscono i comunicati stampa con giornali e tv che riprendono direttamente i contenuti social. Non disporre di un account quindi può costituire uno svantaggio in termini di agenda setting. Inoltre,  vi è un altro aspetto da considerare, su Facebook c’è il 70,7% di chi ha tra 14 e 29 anni, su Instragram oltre la metà e in base alle stime Ipsos solo il 15,3% di chi ha tra 18 e 34 anni ha scelto il Pd alle ultime politiche, dunque evitare i social equivale a precludere un canale di interazione con i giovani. Qual è allora la scelta migliore, esserci o meno? Un giusto compromesso potrebbe essere una presenza indiretta, profili non gestiti dal candidato in prima persona ma riconducibili a lui, come quello ufficiale del suo comitato per raccogliere notizie di iniziative provenienti dai gruppi locali che sostengono la sua candidatura».

 

Emanuela Goldoni: «Un esponente politico non è certamente obbligato a presenziare sui social, ma se non lo fa, se ne assume il rischio strategico. Questo tipo di resistenza al canale social potrebbe apparire ingenua, perché presuppone la non conoscenza e del mezzo e del contesto in cui il mezzo viene usato. A questo punto, mi domando allora, perché una dichiarazione pubblica in radio o in TV sia più meritevole di esistere, rispetto a quella piazzata all’interno di uno spazio social. Ignorare il canale social significa ignorare la pervasività del mezzo, ignorarne le persone e ignorarne le dinamiche. Così come un ufficio stampa gestisce o dovrebbe gestire l’identità politica di un personaggio pubblico, allo stesso modo, la presenza del politico sui social dovrebbe essere gestita e curata da un team multidisciplinare composto da: analisti, sociologi, legali e creativi. Le attività del team che un politico non può svolgere da solo, perché non ne ha né il tempo, né gli strumenti sono di base 3: piano editoriale, crisis management e risk management. I “terzi” a quanto pare sono necessari».

 

L’assenza dai social network potrebbe risultare addirittura un vantaggio competitivo mettendo il candidato a riparo da fenomeni crescenti come l’hate speech e le fake news risultando quindi una strategia vincente?

 

Dino Amenduni: «Questa questione è ancora più interessante: nella stagione della comunicazione politica agli steroidi, delle dichiarazioni a getto continuo, dei post da qualsiasi ora e su qualsiasi cosa, può pagare un approccio radicalmente opposto, fatto di silenzi, di assenza, di maggiore peso delle parole e maggiore attenzione al proprio ruolo istituzionale? Si, se però Minniti dovesse decidere di svolgere il ruolo di “anticomunicatore” non basterà non essere presente sui social media, dovrà essere poco presente anche sui mezzi tradizionali, altrimenti si rischierà di prendere il peggio da entrambi gli approcci strategici: troppo presenti e dove è inutile esserlo».

 

Martina Carone: «Con i 34 milioni di italiani su Facebook, ormai sui social non c’è più una nicchia: ci sono gli italiani. Sono diventati un vero e proprio spazio del dibattito pubblico, un luogo non fisico dove incontrarsi, mobilitarsi, discutere, e anche attaccare gli avversari. L’assenza di un competitor sui social non mi impedisce di attaccarlo, e anzi mi permette di non ricevere una risposta immediata, cosa che rende il mio attacco ancora più efficace. Se guardiamo le grandi campagne elettorali della storia, raramente il candidato che sceglie di non rispondere colpo su colpo agli attacchi avversari esce dal voto come vincitore. Io penso che sia più importante portare la propria visione del mondo e i propri valori lì dove ci sono le persone, dove dibattono e dove si confrontano. Ormai gli elettori sono lì, nella nuova piazza virtuale. Ed è anche lì che la politica deve stare per riacquistare fiducia e credibilità. È un lavoro difficile, un percorso lungo, ma dare solo ai social la colpa dell’inasprimento e dell’ipersemplificazione del dibattito pubblico è un errore. La tendenza a stigmatizzare le nuove tecnologie è vecchia come il mondo: prima la radio, poi la TV, ora i social. Forse è la politica a doversi reinventare, davvero».

 

Alice Borutti: Non credo ci sia questa strategia alla base dell’assenza di Minniti dai social. Piaccia o no è il candidato di Renzi, e in quanto tale avrà nelle sue disponibilità il grande patrimonio di contatti diretti raccolti in anni e anni dai comitati dell’ex Premier, nonché la possibilità di rivolgersi direttamente a chi sul territorio ha mobilitato volontari e tesserati al PD, ad oggi in maggioranza frutto delle gestioni renziane. I gruppi già strutturati sul territorio avranno un ruolo chiave in queste primarie, più che i profili privati avranno un peso le pagine Facebook e le chat Whatsapp, saranno importanti perchè i comitati a favore di Minniti possano fare community organizing in queste primarie che si annunciano come dibattute più che altro all’interno della comunità degli iscritti».

 

Giusy Russo: «La decisione di essere o meno sui social network non può dipendere da aspetti controversi della rete, come la disinformazione o l’hate speech. Le piattaforme digitali sono infatti spesso accusate di veicolare fake news e di favorire il linguaggio dell’odio, ma questi fenomeni erano già presenti prima dell’avvento di Internet. A cambiare sono la velocità e l’ampiezza di diffusione. La condivisione di una rettifica ad esempio, è più lenta di quella di una notizia inesatta. Inoltre tali dinamiche trovano terreno fertile anche nelle app di messaggistica istantanea, quindi non disporre di account social non pone assolutamente al riparo, al contrario essere presenti online permette sia di monitorare quanto accade, sia – eventualmente- di rispondere».

 

Emanuela Goldoni: «Il punto è questo: fake news e hate speech esistono indipendentemente dalla presenza social della personalità politica. Il tag e l’hashtag sono gli unici poteri che hanno a disposizione gli utenti per essere ascoltati o ignorati dai politici. Le bufale e la violenza verbale afferiscono più alla educazione civica. Mai come oggi, l’educazione civica ha esteso il suo raggio d’azione: non è più un tema della coscienza del singolo, ma del contesto. Gli editori qui hanno una enorme responsabilità civile: possono scegliere se alimentare una bufala o l’odio o deliberatamente spegnerle».

 

per approfondire:

“Social network, Minniti davanti al bivio” Dino Amenduni su Repubblica, qui

“Minniti dovrebbe aprire profili social. E se li ha già, iniziare ad usarli” Martina Carone su Linkiesta.it, qui

“I media e la fine dello star system”, 15° rapporto sulla comunicazione a cura di Censis, qui

“Elezioni politiche 2018. Analisi post-voto” a cura di Ipsos TWIG, qui

La riflessione integrale di Emanuela Goldoni, qui

La riflessione integrale di Alice Borutti, qui

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