Moise Keane e il calcio che non è più figo

di Alice Benatti



Questa mattina su Radio Capital ho ascoltato l’intervista al papà di Moise Kean, l’attaccante 19enne della Juventus finito al centro della cronaca per essere stato stuprato dopo aver indossato una minigonna…ah no. O quasi. 


Succede che martedì sera a Cagliari, dopo aver segnato un goal, il ragazzo rimane immobile sotto la curva avversaria a braccia spalancate, senza fare nulla. C’è chi dice che dagli spalti provenissero versi onomatopeici scimmieschi, c’è chi dice di no. Ad ogni modo, e questa invece è storia, il suo gesto scatena le ire di tanti gentiluomini sardi. “Come osa sto babbuino?”. Ed ecco che rispondono con insulti razzisti di cui immagino il più carino, senza scomodare le madri degli altri, sia stato “negro di merda”. Ma torniamo all’intervista. 


“In Africa quando allarghi le braccia vuol dire ‘che cosa ho fatto’?”, ha detto Birou Jean Kean ai microfoni di Radio Capital. Che sia andata così o che semplicemente a 19 anni suo figlio abbia voluto sfidare i tifosi avversari, per me non fa differenza. Ma una cosa la fa: per i tre ispettori federali presenti alla Sardegna Arena gli insulti razzisti sono annotati come “reazione all’esultanza provocatoria del 19enne della Costa d’Avorio”. Spero che non saranno questi tre a giudicare se mai un giorno mi leccherò le labbra maliziosamente davanti a un uomo e lui mi stuprerà perché “ho fatto la cagna”.


A sorpresa però anche il papà di Kean è per la linea morbida: “secondo me lo stadio del Cagliari non va chiuso. Dico di perdonarli”. Ok, però poi inchiodateli con la videosorveglianza e lasciateli fuori dagli stadi, perché lì, questi piccoli uomini, fomentati da quell’idea bambinesca del gruppo, si sentono forti. E fanno dei danni. Lanciano messaggi di cui non abbiamo bisogno, soprattutto adesso. E se in una manifestazione sportiva danno il peggio di loro e la loro ignoranza schizza, le partite è giusto che le guardino sul divano di casa e, possibilmente, senza i loro figli. 


Un appassionato di calcio/giocatore a questo punto direbbe “è normale, in campo mi danno del figlio di troia da quando ho 13 anni”. Proprio per questo bisogna continuare a dirlo che la violenza verbale non deve essere normale, che questo calcio degli eccessi ormai è vecchio e noioso. Come è noioso che resti un ambiente così maschilista, dove nessun campione trova il coraggio di fare coming out. 


Per chiudere, tornando a Birou Jean Kean, candidato alle comunali per la Lega Nord in Piemonte, che chiama angelo Matteo Salvini, dice castronerie sulle ONG e vuole riportare i migranti in Libia, mi bastano le dichiarazioni del figlio: “Tutto quello che sono lo devo a mia madre”.

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