Non è la fine del mondo

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di Elisa Calessi

Non è la fine del mondo. Sembra, d’accordo. A volte in questi giorni mi pareva di essere precipitata in un film catastrofico, di quelli su tsunami, terremoti, meteoriti che minacciano di distruggere la Terra, virus letali, ecco appunto. I primi giorni sono stata presa dallo smarrimento. Per tutto quello che, con progressione veloce, mi veniva tolto: accompagnare a scuola mio figlio, poi il lavoro, gli impegni della settimana, gli amici, la mia bicicletta, la spesa, perfino la messa, il corpo di Gesù. Come se con il passare delle ore lo spazio si restringesse sempre di più attorno a me. Fino a coincidere, ora, con la mia piccola casa. Con me stessa. E poi la paura. Scomoda compagna.
 
Poi, oggi, guardando l’appagata docilità con cui mio figlio di sette anni sta affrontando la novità, decisamente più concentrato sui vantaggi (niente scuola) che su tutto il resto, sereno nelle sue poche e salde certezze (c’è chi si prende cura di lui, quindi perché agitarsi?), ho cominciato a farmi delle domande. Quali sono i confini della mia vita, di me? Ma davvero “io” coincido con la mia libertà di movimento, con le cose faccio, i luoghi dove vado? Non sarà che questo panico, seguito alla raccomandazione di non uscire, nasce dal fatto che non riesco a stare “solo” con me? Che fa paura perché sono disabituata a questo ignoto che sono “io”?
 
La risposta sincera, osservando lo smarrimento di questi giorni, è che sì, io mi identifico in gran parte con quello che faccio. Non è del tutto sbagliato. Noi ci esprimiamo in un’azione. Ma è davvero esauribile il nostro “io” in una azione?
 
Io penso che questa prigionia forzata, che il Coronavirus ci sta imponendo, è una straordinaria occasione per fare pulizia di tante illusioni di cui abbiamo lastricato la nostra vita, schiava (altro che libera) di un attivismo che spesso somiglia alla ruota del criceto.
 
Improvvisamente diventa ineludibile questa domanda: ma io cosa sono? Su cosa si poggia la mia vita, quale è il fondamento, se c’è? E’ durevole o no? Perché se è il lavoro o la salute, è evidente che non è resistente. Covid-19 ce lo sta spiegando molto bene.
Siamo privati della quotidianità: il lavoro, gli amici, il programma che avevamo fatto da qui ai prossimi mesi.
 
Siamo privati, socialmente, dell’idea-dogma che fossimo destinati a un progresso irreversibile, a una crescita fatale. Dell’idea che la scienza può sconfiggere ogni male. Che lo Stato ha in mano la situazione.
 
È come se, in pochi giorni, fossero crollate molte delle nostre certezze sociali e personali.
Ma se sono crollate così miseramente siamo sicuri che fossero certezze?
 
C’è una metà del mondo per cui non lo sono. Gente, come noi, che da sempre convive con guerre, colera, peste, carestie. Milioni di uomini, donne, bambini che non hanno mai creduto nelle nostre certezze, perché la vita ogni giorno dimostra loro che non sono tali. Che le certezze sono altre. E così convivono, senza lamentarsi, con tutto quello che per noi è impensabile. Ma noi li guardavamo con pietà, convinti di essere quelli fortunati, l’Occidente, i destinati al progresso, all’immortalità.
 
Invece non lo siamo. E allora, anziché piangerci addosso o rimpiangere un mondo che tanto non ci sarà più, varrebbe la pena cogliere l’occasione per fare il punto su chi siamo. E su quello che vogliamo essere. Su quali sono le certezze e le illusioni.
 
I nostri nonni hanno vissuto la guerra. È stato peggio del Coronavirus. Sicuramente ha fatto più morti, ha distrutto città intere. Eppure non si sono pianti addosso. Non sono rimasti ammutoliti, come noi ora. Tutti, persino i ministri. Nel panico perché non possiamo fare la spesa, andare all’aperitivo o fare le riunioni. I nostri nonni non hanno avuto tempo di stupirsi o di protestare. Hanno stretto i denti sotto le bombe, protetto le loro donne e i loro bambini. Sono sfollati, se potevano, stringendosi in case di altri. Hanno patito il freddo e la paura di morire se erano al fronte. Sono morti e hanno visto morire. Chi era a casa ha imparato a vivere di niente, a cucinare con il niente. Si sono inventati un modo di vivere nella guerra. E poi, finita, si sono rimboccati le maniche e hanno ricostruito il Paese. E creato il benessere di cui noi abbiamo goduto.
 
Non perché erano super-eroi. Ma perché, privi di tutto, erano certi di quello che erano. Le bombe avevano distrutto case, lavoro, azzerato gli “spostamenti” (anche senza decreti), ma non il loro “io”.
 
Potete togliermi tutto, diceva uno, ma non potrete togliermi la mia libertà. Che non è quella di andare in giro. Ma è quella di esistere, pensare, amare, essere consapevoli di sé, del mondo, inventare, creare, poter pregare Dio che fa tutto, smuove i monti, provvede sempre, anche quando non capisci, sconvolge i piani dei potenti e difende perfino quelli di cui nessuno si cura, le vedove e gli orfani, come dice la Bibbia. Una libertà infinita e che non dipende dalla “mobilità”.
 
Ho riletto in questi giorni I Promessi Sposi, i capitoli sulla peste. Gli unici a non essere schiavi della paura o dei pregiudizi, perciò gli unici lucidi, autorevoli, sono padre Felice, il cardinal Federigo Borromeo, fra Cristoforo. Quelli che, coi limiti di tutti, avevano, però, una certezza incrollabile, più forte della peste: quella nella Provvidenza di Dio. Questo li ha resi forti, coraggiosi, creativi, realisti (non pessimisti, né ottimisti), esemplari anche per uomini che non credevano. E’ su di loro, alla fine, che il Potere, sfiancato, debole, si è appoggiato.
Anche oggi c’è bisogno di uomini e donne che credono nella Provvidenza. Non come una cosa vaga o bigotta, ma come l’unico fondamento vero, concreto del reale. L’unica pietra che regge. Più forte del Covid-19.
 
Ci sono uomini e donne che, dentro una prigione o un lager, hanno cambiato letteralmente il mondo. Forse la Storia ci ha dato questa straordinaria possibilità.
 
Certo, dovremo affrontare conseguenze pesantissime, dal punto di vista economico e sociale. Posti di lavoro distrutti, ricchezze sfumate, vite da ricominciare. Non saremo più come prima. Dovremmo attrezzarci per il dopo: ci saranno milioni di caduti dopo questa fermata. Ma, come ho detto, i nostri nonni dopo la guerra ce l’hanno fatta. Possiamo farcela. Se quello che siamo poggia su qualcosa che non può essere vinto da un virus. Allora il punto è questo: chi siamo, su cosa fonda la nostra vita. Questa è l’incredibile occasione di questi giorni.