Ogni deficit è bell’ a mamma soja

di Carlo Taglini
@carlotaglini

 

Il segno di vittoria dal balcone di Palazzo Chigi, i sorrisi di chi sembra aver appena vinto un Mondiale di calcio: questo quello che è accaduto ieri sera a Roma. In realtà era semplicemente stata trovata l’intesa sul Documento di Economia e Finanza (DEF), e il Movimento5Stelle festeggiava l’impresa di aver piegato le resistenze del Ministro dell’Economia Giovanni Tria: «È la manovra del popolo – avrebbe poi affermato un raggiante Luigi Di Maio – non temiamo né lo spread né l’Europa».

 

Contrariamente a quanto auspicato da chi scrive questo articolo, la Lega di Salvini e il Movimento5Stelle non hanno ascoltato chi ne sapeva più di loro in materia (il ministro Tria ad esempio) ed hanno forzato la mano per aumentare la spesa corrente (pensioni e reddito di cittadinanza). Tutto questo avrà ovviamente delle ripercussioni sia nel breve periodo che in prospettiva.

 

Un debito grande, una distorsione ancora più grande.
L’economia italiana soffre di una patologia: l’ipertrofia del settore pubblico (qui). Una patologia che si traduce in una tassazione elevata e che porta ad un trasferimento esagerato di risorse dal privato al pubblico, dai settori produttivi a quelli improduttivi dell’economia; una patologia che si è accentuata negli anni dell’euro per la contrazione dell’inflazione e per l’utilizzo criminale dei risparmi sugli interessi del debito che hanno finito per finanziare ulteriore spesa pubblica corrente, leggasi “mance elettorali”.

 

Il problema dell’Italia non è solo il livello del debito, ma anche la composizione e la destinazione della spesa pubblica. Ad oggi abbiamo regioni che vivono di spesa pubblica (qui) e/o di evasione fiscale (qui). Ci sono zone d’Italia che sono state “drogate” con denaro pubblico, che hanno ricevuto carità anziché ricevere aiuto, zone d’Italia dove la maggior parte degli occupati dipende dal denaro pubblico, gente che quando vota sceglie chi darà loro la mancia più alta.

 

Il Problema dell’Italia è questo, riuscire a redistribuire denaro dal privato al pubblico e non l’opposto come punta a fare la #ManovraDelPopolo e poco importa se ci sarà o meno la “punizione” dei mercati (il cui compito è in realtà quello di capire quale sia il tasso di rendimento corretto che si possa esigere da una nazione che attua manovre economiche da paese dei balocchi), la distorsione rimarrà lì così come l’allocazione errata dei capitali e tutto ciò che ne consegue in termini di crescita potenziale e di sostenibilità del debito.

 

Il reddito di cittadinanza? C’è già.
Le reazioni delle opposizioni sono state unanimi: «così andiamo allo sfascio! Violare i vincoli europei? Ma siamo matti?». Peccato che tutti i governi negli ultimi 10 anni (a parte il Governo Monti del quale vi parlerà dopo, non preoccupatevi) abbiano cercato di “ciurlare nel manico”, ossia abbiano sempre cercato di rinviare il più avanti possibile il rientro dal deficit (qui), avviando il cosiddetto ed estenuante braccio di ferro con l’Europa. Diciamo che, parafrasando una famosa canzone di Pino Daniele, ogni deficit è bell‘a mamma soja; c’è chi finanzia gli 80 euro in busta paga e chi il reddito di cittadinanza.

 

Perché poi il reddito di cittadinanza c’è già e mica lo hanno inventato i 5Stelle. Come già accennato poc’anzi, dal momento che nel corso degli anni i vari politici al potere hanno “creato” posti di lavoro pubblici, ad oggi abbiamo persone che lavorano in aziende pubbliche, parastatali o banche (che ufficialmente non sarebbero aziende pubbliche) e che hanno una produttività assolutamente non adeguata alle proprie mansioni. Ecco, a mio modo di vedere questi stipendi sono di fatto redditi di cittadinanza sebbene sia praticamente impossibile stimarne l’importo complessivo ed il danno economico derivante.

 

Deve ovviamente essere chiaro che queste persone che svolgono tali mansioni sono comunque vittime di un sistema che, soffocando iniziativa privata e premiando il furbetto ed il raccomandato, obbliga de facto la persona ad accettare lo status quo: d’altronde (quasi) tutti teniamo famiglia e ribellarsi concretamente ad un sistema così consolidato è molto più difficile che farlo a semplicemente a parole. Perché questo implica anche doversi applicare, studiare, cercare di capire, fallire per poi rialzarsi. Tra lo scherno e la non comprensione di tutti gli altri.

 

In ogni caso, benché il reddito di cittadinanza abbia un obiettivo nobile e condivisibile (quello di sostenere chi perde lavoro), la mia paura è che, facendo anche finta che esso non verrà percepito da persone ufficialmente disoccupate ma che lavorano in nero, Di Maio e i 5Stelle non abbiano afferrato un concetto: il lavoro non c’è perché non ci sono investimenti, la burocrazia è soffocante e i tempi della giustizia civile sono inaccettabili per un paese europeo.

 

Crogiolarsi su una bella sedia di pelle.
Questa ricetta è anche quella che avrebbe dato un certo Carlo Cottarelli, ospite pochi giorni fa del noto programma televisivo Che tempo che fa. L’ex commissario alla spending review (non a caso cestinato da Matteo Renzi, a conferma di quanto detto prima in merito al “ciurlare nel manico”), accolto da Fazio nello studio con il rassicurante sfondo blu ha spiegato ai telespettatori le sue perplessità in merito alla manovra di governo. Peccato che non lo abbia sentito dire con chiarezza quali sarebbero gli sprechi sui quali agire. Ma, diciamoci la verità, in TV fa figo dare addosso all’evasore fiscale (una #perzonafalza) anziché spiegare quella che è la grande distorsione dell’economia italiana, che tanti di noi dovranno rimettersi a studiare per imparare nuove mansioni e che il lavoro sicuro non esiste più.

 

È molto più difficile spiegare alle persone che è l’offerta a creare la domanda e non viceversa.
Dire che se tutti pagassero le tasse staremmo tutti meglio è senz’altro più rassicurante, soprattutto se tra coloro che ascoltano ci sono quelli che ricevono uno stipendio sussidiato. Permette all’ospite di crogiolarsi tranquillamente su una poltrona di pelle, ricevere gli applausi del pubblico e passare come il potenziale salvatore della patria. Anche chi ascolta da casa finisce per sentirsi una persona migliore («io non posso fare niente, la colpa è dei baristi che non fanno gli scontrini o del dentista che non fa la fattura»).

 

La cosa ha una certa rilevanza, perché ha implicazioni pratiche. Cottarelli è della stessa pasta di Mario Monti, la più grande disgrazia che questo paese abbia subito in questi ultimi 20 anni. Mi costa molto ammettere questo, perché io, Monti e Cottarelli abbiamo probabilmente la medesima idea circa la necessità di ridurre il deficit ma la differenza è che io, rispetto a quanto fatto da Monti (e probabilmente da Cottarelli) non mi sarei mai sognato di bastonare con più tasse chi le tasse le ha sempre pagate. Io avrei tagliato ferocemente spesa pubblica e tasse, senza se e senza ma.
Il Professor Monti, a differenza di altri esecutivi politici, non doveva dare nessuna mancia elettorale per rimanere in Parlamento, ha scelto comunque di rimanere e massacrare il tessuto produttivo italiano.

 

L’azione di Monti ha fatto sì che gli italiani che lavorano abbiano sviluppato un forte odio nei confronti della parola “austerità” quando invece è una politica economica che se applicata efficacemente potrebbe generare crescita vera e portare alla redistribuzione di risorse dal pubblico al privato (qui), perché gestione dei conti pubblici in Italia si traduce in questo: aumento delle tasse (per chi già le paga of course).

 

Ecco perché dico che Mario Monti è stato una catastrofe: non perché il rispetto dei conti non sia necessario, ma perché la repressione di stampo “nazista” attuata dal suo governo («c’è chi evade, quindi io ammazzo chi già paga», con le dovute proporzioni un po’ come facevano i tedeschi durante la seconda guerra mondiale quando uno dei loro veniva ucciso dai partigiani e loro ammazzavano 10 italiani a caso) è stata vergognosa. Il modo nel quale è stata implementata l’austerity è stata vergognosa.

 

Conclusione
I problemi dell’economia italiana sono seri e a mio avviso si posso risolvere solo in maniera graduale e nel tempo. Si risolvono con la riduzione delle tasse, della burocrazia, degli sprechi e dei tempi per i processi civili; ma anche con minore spesa pubblica corrente e maggiori investimenti in infrastrutture. La mia paura è che anche questo Governo possa rivelarsi un’occasione perduta, l’ennesima per questo Paese che non affonderà all’improvviso ma lentamente, continuando a galleggiare nella mediocrità e (cosa ancora più grave) convincendo gli italiani che questo declino sia irreversibile e che non ci sia rimedio.

 

Il maggiore assistenzialismo e la rottamazione della legge Fornero non produrranno che effetti di breve periodo; la flat tax cavallo di battaglia della Lega (sebbene vada nella giusta direzione di riduzione del carico fiscale) non farà più di tanto se non accompagnata da altre riforme strutturali. Vedremo come si evolverà lo scenario politico nei prossimi mesi; si prospettano tempi interessanti.

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