Oriana, la terza Torre

di Daniele Priori
@PrioriDaniele

 

Oriana e le torri. Oriana la terza torre. La profetessa di un’Europa già allora confusa e senza identità, in preda a un multiculturalismo poi dichiarato fallito dai suoi stessi promotori, che Oriana aveva bollato, azzeccandoci, come genesi di un nuovo continente: l’Eurabia.

 

Un colosso di coraggio nella sua figura esile quanto salda che manca al mondo almeno quanto le prime due torri, crollate rovinosamente sotto i colpi degli aerei dirottati dai terroristi seguaci di Bin Laden (che Oriana chissà cosa avrebbe pagato per poter intervistare): eppure la scomparsa della Fallaci, il 15 settembre 2006, è stata leggera, delicata come il refolo di vento che si aspetta la sera, quello che ha consegnato alla sua terra fiorentina  dopo esser stato reso esausto dalla lunghissima malattia, il suo “alieno”, il corpo fragile e fortissimo della più grande giornalista-scrittrice del Novecento. Che sulla tomba ha voluto incisa la parola “SCRITTORE” e basta. Perfettamente nel suo stile essenziale, secco eppure al tempo stesso musicale e poetico.

 

Oriana e l’occidente. Oriana e New York. Oriana e le tante immagini di carta e inchiostro che dopo i capolavori della prima parte della sua vita, come Lettera a un bambino mai nato e Un uomo, ha voluto lasciare fino alla fine della sua tormentata carriera e esistenza. Sempre al centro di un mondo raccontato da lei. In cui, per i suoi lettori era così, non poteva mancare l’articolo della Fallaci.

 

La sua scomparsa quattro giorni dopo il quinto anniversario dell’ 9/11, quella data che ha cambiato il mondo e riconsegnato una Fallaci furente a un giornalismo di guerra  di cui, almeno nello stile, nel carattere, nella capacità di affrontare notizie, protagonisti e tasti della macchina da scrivere, si sentiva davvero la mancanza.

 

In molti appassionati di giornalismo, nel settembre del 2001, si erano chiesti cosa avrebbe detto l’altro toscano di razza del giornalismo, il numero uno, Indro Montanelli, scomparso meno di due mesi prima dell’attacco all’America.

 

La risposta è arrivata da Oriana. Di rabbia e d’orgoglio all’inizio ma poi anche di forza e ragione. Fino all’Apocalisse. Come i titoli dei tre libri diffusi in tutto il mondo nell’arco dei due anni successivi all’11 settembre del 2001.

 

Lettere arrabbiate, mai impaurite, piene di vita più che di odio, piene d’amore e pena per la New York ferita che l’aveva accolta e le aveva dato una seconda casa, al 222 della 61esima strada in Upper East Side, affumicata di carte e di libri come l’hanno descritta i fortunatissimi colleghi e amici che hanno avuto l’onore di entrarvi: da Ferruccio De Bortoli, allora direttore del Corriere della Sera, al quale proprio idealmente La Rabbia e l’Orgoglio fu indirizzata, fino a Lucia Annunziata che la intervistò, unica giornalista italiana, qualche settimana dopo l’uscita del pamphlet pubblicato il 29 settembre sulle pagine del quotidiano di via Solferino.

 

Quante immagini le sue parole ci hanno regalato. Un mondo visto attraverso i suoi occhi costantemente incorniciati in un filo di eyeliner, persino sui fronti di guerra che raccontò in decine e decine di corrispondenze divenute in buona parte brani di letteratura.

 

Uno “scrittore” complesso, Oriana Fallaci, che utilizzava iperboli anche violente pur di spiegarsi, di farsi capire, quello che interessa di più a chi scrive ed è la stella cometa di ogni giornalista.

 

Non è piaciuta a molti, nemmeno tra i suoi fan l’ultima Oriana, fatta passare quasi per una pazza isterica. E forse, quindici anni dopo, si può dire a mente purtroppo ancora tutt’altro che fredda rispetto agli attentati dell’11 settembre, che quella teoria dello scontro tra civiltà del politologo americano Samuel Huntington, di fatto seguita come traccia da Oriana nelle sue accuse all’Islam, non fosse poi così condivisibile.

 

Rimane la profezia sull’Europa che crolla. Una crisi di identità che, da ultimo, dopo il voto in uscita dei britannici riconoscono tutti, persino i burocrati di Bruxelles e i cancellieri che, come la Merkel, si sono giovati della morte della politica e che oggi in maniera addirittura sfrontata si rifugiano a Ventotene tentando un tardivo omaggio ai pensieri di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi e del loro Manifesto politico per gli Stati Uniti d’Europa.

 

Un’Europa vista nascere da una donna come Oriana che, ancora ragazzina, per difenderne la libertà e l’integrità aveva fiancheggiato, rischiando la sua giovane vita, la Resistenza al nazifascismo, che poi, cresciuta, aveva girato il mondo, fino ad approdare dall’altra parte dell’oceano, per poi tornare a morire nella sua amata Firenze, difesa fino allo strenuo e fino all’ultimo, fino a minacciare, pochi mesi prima di andarsene per sempre, di far saltare in aria la moschea che avrebbero dovuto costruire a Colle Val D’Elsa.

 

Tutto ciò soltanto seguendo un modo di essere giornalista, “scrittore” e ancor prima donna italiana, dal quale non si poteva derogare perché, come fece incidere in caratteri dorati proprio sulla quarta di copertina de La Rabbia e l’Orgoglio: “Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. Oriana, la terza torre, per fortuna, non ha taciuto.

 

per l’immagine si ringrazia  Padovaoggi.it

 

 

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