PENSIAMO AL DOPO COVID-19. SIAMO GIÁ IN RITARDO

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di Maura Manghi

Il Paese si prepara, a fatica e probabilmente in ritardo, alla riapertura dopo la quarantena da Coronavirus. Una riapertura che non sarà certamente un ritorno al “prima”.

Dovremo convivere per mesi con la permanenza dell’infezione nelle nostre città, e per anni con le conseguenze, anche psicologiche e sociali, del suo passaggio.

Un interessante intervento di Giacomo Bertani Pecorari (qui) ha dato un quadro ampio di quali potrebbero essere queste conseguenze dal punto di vista economico.

Per i liberi professionisti, sia per quelli ordinistici che per gli altri, le conseguenze saranno probabilmente ancora più complesse.

Già prima della epidemia alcune categorie non erano riuscite a superare le conseguenze del crollo economico successivo al 2009. Ad esempio tutti i professionisti legati al mondo dell’edilizia.

Per altri era già fortissima la differenza reddituale fra i giovani e chi aveva uno studio professionale attivo da decenni.

In generale la crisi precedente aveva già costretto una buona fetta di giovani ad intraprendere una libera professione in mancanza di diverse prospettive o perchè la stessa attività veniva più facilmente svolta da autonomo che da dipendente. C’è stata quindi anche una crescita abnorme delle partite IVA in attività più o meno economicamente autosufficienti.

Sulla parte più debole di questa categoria due mesi di quarantena hanno inciso in maniera pesantissima. Anche quelli che non hanno mai chiuso, come notai ed avvocati, hanno visto una sparizione pressochè totale del lavoro mentre sono rimasti i costi fissi da pagare: affitti, bollette, leasing, dipendenti…

Lo testimonia il numero di richieste avanzate da queste categorie per il contributo dei 600 euro, contributo che fra l’altro sta cominciando ad arrivare solo in questi giorni. O il numero di richieste avanzate dagli studi professionali per la cassa integrazione dei dipendenti, che invece non si è ancora vista e che forse arriverà, per il mese di marzo, a fine aprile o anche oltre.

E non crediamo che alla fine della quarantena, miracolosamente, il lavoro riprenda come prima. Credo che prima di investire in una nuova abitazione, in una ristrutturazione, in una nuova impresa ci si penserà a lungo. Anche prima di iniziare una nuova causa la considerazione dei costi diverrà pesante.

Quella che era già una generazione a rischio potrebbe veramente diventare una generazione perduta, senza futuro. E magari, vista la contrazione all’interno delle frontiere che si diffonde in una buona parte del mondo, senza neppure la speranza della “fuga” in un altro paese.

Se vogliamo evitare che tanti, giovani e no, siano ancora una volta trattati come “Figli di un Dio minore” dobbiamo fare quindi uno sforzo maggiore. Da una parte garantire veramente gli strumenti per superare i mesi più pesanti della quarantena e quelli immediatamente successivi: cassa integrazione per i dipendenti più rapida e senza condizioni, contributi a fondo perduto e non prestiti bancari, riduzione delle imposte da versare e non semplice rinvio (fra l’altro con condizioni che ne vanificano l’uso: ad esempio un rinvio nel pagamento concesso solo a chi nel mese di marzo ha fatturato oltre 1/3 in meno del marzo 2019 non tiene conto del fatto che i professionisti operano con criterio di cassa e che quindi spesso in marzo hanno incassato per il lavoro di gennaio e febbraio).

Noi professionisti per parte nostra dobbiamo però pensare a come reinventare il nostro lavoro in tempi di epidemie. Non solo guanti e mascherine, ma un ripensamento del lavoro più basato sulla digitalizzazione e sul lavoro a distanza, su come offrire anche servizi nuovi ai clienti, adattandoci al mondo che verrà magari in forme che ancora non abbiamo immaginato.