Progetto Europa, una scuola di formazione atipica

di Marta Caselli



Si può fare politica in molti modi; si fa politica in un’aula di Parlamento, quando si vota una legge; si fa politica nella propria cucina, quando si fa la raccolta differenziata; si fa politica quando si rispettano le regole anche se sembrano inutili; si fa politica quando ci si informa e non ci si accontenta di un titolo di giornale letto al mattino di corsa mentre si beve il caffè. In questi momenti si fa politica perché fare politica significa servire la comunità, in questi momenti si è cittadini nel senso più pieno della parola. 


Io e alcuni miei amici abbiamo sentito la necessità di diventare cittadini. Lo siamo da quando siamo nati, ma fino ad ora ne abbiamo colto le opportunità e le fortune più che la responsabilità; si tratta di una responsabilità non scritta in modo formale in nessuna legge, ma importantissima e alla base del funzionamento di una democrazia reale: la responsabilità di conoscere. Volevamo e vogliamo conoscere per poter capire, capire per poter cambiare. I giudizi espressi su qualcosa che non si conosce non solo sono stupidi ma anche pericolosi, perché vanno ad alimentare quel fiume di inconsapevole ignoranza la cui portata cresce sempre di più e la cui veemenza distrugge ogni cosa bella e vera. Ogni cosa bella e vera.


È quindi nato in noi il desiderio di ripararci dalla valanga di notizie flash vere o false da cui siamo bombardati ogni giorno e di parlare con persone competenti, finalmente. Parlare a lungo, perché un ragionamento come si deve non si monta in tre minuti (i pensieri semplici e veloci sono invitanti, ma li lasciamo a chi se ne accontenta). Noi volevamo entrare nella bellezza di un pensiero complesso, vero, articolato. Raro. 


E così, seduti attorno a un tavolo, abbiamo deciso di organizzare degli incontri, di creare una scuola di politica. Il tema? L’Unione europea, per la quantità e la divergenza di opinioni e notizie che la riguardano, per la sua fondamentale importanza oggi. Volevamo sapere cos’è realmente l’Unione, come è fatta e perché è così, quali sono i meccanismi malfunzionanti e come aggiustarli, perché soltanto in questo modo si può progredire. Sapevamo che non vale dire “qualcun altro se ne occuperà, io cosa posso farci…”, perché significa abbandonare la partita e toglierci la possibilità di arrabbiarci e rispondere quando quel qualcuno a cui abbiamo lasciato il posto prende delle scelte che riteniamo assurde, sbagliate e ingiuste. 


Sembra strano che un gruppo di ventenni spontaneamente trascorra una serata a parlare di politica? Se è strano questo lo sarà ancora di più il luogo prescelto per questi dialoghi. Non una sala conferenze ma una sala, una sala di una casa, una comune villetta a schiera; se vi foste trovati nel parco davanti ad essa, una di quelle sere, avreste scorto dalla finestra una stanza piena di giovani, accampati alla buona su sedie, divani, tappeti, qualcuno addirittura sulle scale che portano al piano di sopra. Avreste visto poi, al centro, l’ex vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti, o l’assessora di Reggio Emilia Serena Foracchia, o l’eurodeputata Elly Schlein, o ancora l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. E li avreste visti parlare, il politico che nell’immaginario collettivo è a Roma, nelle sale di Montecitorio, nelle sedi istituzionali o a Bruxelles nel Parlamento, e un mucchio di giovani, in un ambiente domestico. Una scuola di politica particolare dunque, senza fronzoli ne sigle, un semplice ma efficace dialogo; questa è la proposta che abbiamo fatto e continueremo a fare per i nostri coetanei.


Per concludere, alle parole piene di amarezza e sfiducia di chi non crede nella politica, parole che vanno tanto di moda oggi, noi rispondiamo con fatti che esprimono parole forti di impegno e desiderio. Rispondiamo con fiducia e voglia di imparare. 


Da quella finestra, oltre a tutto quello già detto, avreste visto un progetto, una speranza per il futuro. E forse, come me, vi sareste commossi.

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