Quanto in alto salta in virus?

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Chaunté Lowe medaglia d'oro nel salto in alto ai mondiali indoor di Istanbul nel 2012

di Vittorio Colomba*

Unire in un unico ragionamento Covid-19, i temi della compliance e la disciplina sportiva del salto in alto è un esercizio intellettuale ardito, che forse ci si può permettere giusto al termine di un 2020 che di riflessioni extra-ordinarie ne ha sicuramente stimolate parecchie.

Il punto è che ad alcuni ecosistemi può capitare di cambiare le proprie regole all’improvviso, in un arco temporale brevissimo, a causa di un elemento scatenante che provoca uno “strappo”.

Capita così che l’attualità del giorno prima diventi semplicemente preistoria il giorno dopo.

È probabile che la disciplina del salto in alto fosse praticata già nell’antichità, ma la prima gara documentata si tenne in Scozia nel tardo Ottocento. Successivamente, per circa un secolo, gli sportivi cercarono di affinare una tecnica che consentisse loro di spingersi, centimetro dopo centimetro, sempre più in alto. Perfino più in alto di sé stessi.

Vi riuscirono, perfezionando la tecnica del salto cd. “ventrale”, grazie alla quale il saltatore supera l’asticella per così dire a pancia sotto, con il busto quasi parallelo ad essa.

Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, l’atleta statunitense Dick Fosbury si presentò in pedana, vinse la medaglia d’oro e stabilì il record olimpico saltando praticamente all’indietro, di schiena.

Dick Fosbury causò un insanabile strappo, tra il passato e il futuro della sua disciplina. La tecnica Fosbury, oggi universalmente adottata, ha mandato rapidamente in pensione ogni modello precedente.

Quando un processo evolutivo non si sviluppa in senso armonico, prendendosi tutto il tempo che serve per la sua fisiologica digestione, le reazioni immediate della collettività tendono, prima, a classificare lo strappo come illogico, poi, a segnalarne la pericolosità.

È ciò che successe a Fosbury.

In prima battuta la sua intuizione fu considerata illogica: come si può pensare di affrontare un ostacolo senza guardarlo, voltandogli le spalle? Sembrava perfino innaturale. Con il tempo, in realtà, si comprese che quella stravagante posizione garantiva al baricentro di porsi in perfetto equilibrio ed offriva un’ottimale distribuzione del peso corporeo.

Arrivò successivamente la patente di pericolosità. Pare che lo stesso allenatore della nazionale statunitense commentò il gesto atletico affermando “nascerà un’intera generazione di atleti che non vincerà nulla per la semplice ragione che avrà il collo rotto”.

La vicenda Fosbury è davvero significativa del modo in cui i processi evolutivi, quando bruschi, provocano queste immediate reazioni. Illogico. Pericoloso.

Si tratta, peraltro, di una vicenda che ha un’altra ragione di fascino, perché quel processo evolutivo si è reso possibile grazie ad una minuscola innovazione tecnologica: nella disciplina del salto in alto avevano da poco sostituito la sabbia con i materassi.

Se Fosbury fosse atterrato sulla sabbia, il collo se lo sarebbe spezzato davvero.

E adesso Covid-19.

Perché non ci sono dubbi che Covid-19 abbia causato diversi “strappi” ed imposto, ob torto collo, la repentina adozione di processi evolutivi radicali, per alcuni settori semplicemente indispensabili a garantirne la sopravvivenza.

Il delivery, la didattica e la formazione a distanza, sono solo alcuni esempi di ciò a cui abbiamo assistito in moltissimi settori: un generale “switch” tra la tradizione e il digitale.

Perfino i bagnini hanno iniziato a noleggiare gli ombrelloni tramite siti web e sistemi gestionali.

Fosbury.

E molti “strappi” stanno generando le consuete reazioni.

Illogico: non si può insegnare senza avere il contatto visivo, il rapporto umano, con gli studenti.

Pericoloso: la didattica a distanza non produce gli stessi effetti di quella frontale.

Illogico: non si può comprare senza vedere, senza toccare, ciò che si acquista.

Pericoloso: moriranno i centri commerciali e i negozi di quartiere; i consumatori rischieranno fregature a più non posso.

Gli esempi potrebbero essere molti, e tutti in parte fondati su affermazioni condivisibili. D’altra parte, anche il salto di Dick Fosbury venne imitato da orde di ragazzini che, saltando di schiena sul tappeto di casa, non di rado finirono in pronto soccorso.

Nei confronti di certi strappi, tuttavia, ha forse poco senso nutrire grande pessimismo o professare eccessi di ottimismo. È probabilmente più corretto limitarsi ad un sano realismo, quello che suggerisce che dopo lo strappo, il mondo non è semplicemente più lo stesso, e che bisogna adeguarsi.

Alcuni mondi in perfetto equilibrio sul finire del 2019, oggi appartengano ad una dimensione pressoché medievale.

Fosbury.

E siccome dietro ogni grande cambiamento si spalancano le porte delle opportunità, non ci sarà di che stupirsi se i nuovi assetti premieranno le imprese che per prime sapranno leggerli ed adeguarsi.

È il concetto che Guido Sola, sempre su questo blog, ha sintetizzato ricordando l’espressione di Seneca “non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele”.

In ultimo la compliance, la cui finalità è portare ordine dov’è disordine e proteggere le aziende da rischi operativi, legali e reputazionali.

Una sfida durissima, non sarà affatto facile imparare a saltare di schiena.

Non lo sarà, in primo luogo, perché non disponiamo di adeguati strumenti normativi.

Per carità, nessuno nega che se il pendolo della conformità normativa oscilla spesso tra il “fai quel che ti pare” e il “non puoi fare niente”, molte responsabilità sono di un legislatore sempre meno preparato e previdente.

È anche vero, tuttavia, che la velocità con cui si muovono i processi innovativi del terzo millennio è nemica dell’osservazione ponderata della società, strumento principale per produrre buone leggi.

Con altrettanta onestà, bisogna ammettere che non è facile trovare sul mercato professionisti in grado di offrire un significativo supporto consulenziale.

Anche da questo punto di vista, è innegabile che il nostro sistema scolastico e universitario sia colpevole di una certa miopia nell’intercettare le esigenze dell’attualità, soprattutto se questa riflessione si concentra sull’universo della formazione giuridica.

È anche vero, tuttavia, che nell’ultimo ventennio non è stato affatto facile comprendere in che direzione si dovesse volgere lo sguardo.

Sul finire degli anni ’90, i percorsi universitari erano figli della convinzione che il mondo avesse bisogno di specializzazioni. Lauree triennali, corsi di specializzazione, lavoratori in grado di creare splendidi bulloni che non avevano mai visto una vite.

Poi la tecnologia e l’informatica sono diventate il minimo comune denominatore pressoché di ogni professione intellettuale.

Questa ibridazione ci ha condotto, per un certo periodo, a non credere più nelle specializzazioni, e a puntare su professionalità “miste”: avvocati tecnologici, informatici giuristi, e così via.

Le stesse leggi hanno iniziato a pretendere una multidisciplinarietà nemica della specializzazione.

Basta, a tal proposito, porre attenzione a ciò che il GDPR pretende da un DPO: approfondita conoscenza della normativa (non solo in materia di data protection), competenze informatiche e familiarità con le dinamiche e i processi aziendali.

Ma in che supermercato si acquista un prodotto del genere?

Il mondo si sta mostrando troppo complesso e articolato per questo approccio.

È ovvio che un giurista non può permettersi di ignorare i fondamenti dell’informatica, così come un ingegnere deve conoscere l’ambito di regole all’interno del quale è chiamato a svolgere la propria attività.

Le imprese di oggi, tuttavia, non hanno bisogno di un cyber avvocato, e non necessitano nemmeno di un informatico giurista. Anche perché queste figure semplicemente non esistono.

Alle imprese, semplificando, serve un avvocato e serve un informatico.

Il futuro della compliance è nei team. Il futuro della formazione deve tornare (e sta tornando) all’idea di specializzazione.

L’unica speranza, a questo punto, è che almeno per un po’ di tempo non appaia un nuovo Dick Fosbury all’orizzonte. Un breve periodo di assestamento ci farebbe senz’altro comodo.

*avvocato, specializzato in diritto delle nuove tecnologie, blogger, DPO Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Si ringrazia Affaritaliani.it (qui per leggere l’articolo originale)