Reggio Emilia e la sfida dell’innovazione al tempo dei “no-tutto”

di Giacomo Bertani Pecorari
@giacomobertani

 

Una rivoluzione profonda scuote da anni tutti i sistemi economici più avanzati: il nuovo fattore determinante per lo sviluppo e la crescita – con una centralità mai assunta nella storia contemporanea – è diventata la conoscenza e il suo utilizzatore, il capitale umano.

 

È una rivoluzione che travolgerà i sistemi sociali, la catena del valore, la struttura della ripartizione della ricchezza su scala planetaria. In questo nuovo paradigma, i sistemi economici territoriali saranno in grado di competere con i mercati internazionali nella misura in cui sapranno essere attrattori d’intelligenze, generatori di innovazione e interconnessi con i grandi circuiti di conoscenza globali.

 

O si è capaci di stare dentro questo processo, o si rischia di “giocare il campionato di serie B” e competere su fattori produttivi a noi storicamente poco favorevoli, come il costo del lavoro, il carico fiscale, l’accesso favorevole alla materia prima, la grande scala produttiva. L’ economia della conoscenza presenta anche enormi interrogativi. Vi saranno impatti sulla struttura del lavoro, che si polarizzerà fra un nucleo di professionisti “ultraskillati” e una fascia ampia di lavoratori fragili perché parti sempre più consistenti delle loro mansioni saranno svolte dalle macchine. Il rischio che una dinamica di questo tipo generi tensioni sociali distruttive è oggettivamente molto elevato.

 

Reggio Emilia parte in una situazione di significativo vantaggio, con alcune zone d’ombra. Anzitutto ha un sistema produttivo che si è modernizzato rapidamente ed è già in grado di competere sul fronte delle produzioni ad alto valore aggiunto ed innovative. Siamo però ancora inadeguati nell’offrire modelli organizzativi per le imprese idonei al nuovo paradigma. Le strutture di gestione delle imprese si devono deverticalizzare, diventare più fluide e reticolari: perché l’innovazione non si genera con le procedure ma con la partecipazione e la motivazione. Economia della conoscenza significa che certe demarcazioni si fanno meno nette e i confini più permeabili: dove finisce l’impresa e inizia l’università? Dove finisce l’università e inizia la start up?

 

Essere in grado di attrarre cervelli a livello internazionale comporta la capacità di offrire un territorio bello, sano, ospitale, con servizi di prim’ordine. Spesso questo elemento di “comfort territoriale” è sottovalutato. Anche su questo fronte partiamo avvantaggiati: Reggio Emilia è accogliente per vocazione. Ha un territorio variegato con elementi naturalistici di incredibile valore (sulla cui fruizione però ci sarebbe molto da dire). Ospita un’università che funziona e cresce, è culla di un servizio sanitario di livello internazionale e possiede servizi d’istruzione e di assistenza ben performanti.

 

Sul fronte delle infrastrutture e della nostra connessione – fisica ma soprattutto informatica – con il mondo scontiamo un ritardo che può compromettere le nostre chance di successo. Il digital divide reggiano è sensibilmente migliore della media nazionale ma ancora anni luce lontano dai territori con i quali dobbiamo competere. Le autostrade dei dati saranno in futuro più importanti di quelle dei camion. Il sistema stradale locale è saturo, in particolare nella fascia della Via Emilia e la città ha una tangenziale incompleta. I poli produttivi della bassa reggiana, così come quelli della “Tyle Valley” sono privi di accesso autostradale di prossimità, la montagna sconta un deficit di accessibilità ancora enorme.

 

Manca completamente lo sviluppo della rete ferroviaria ad alta velocità in direzione Nord-Sud verso il nostro principale mercato di riferimento per l’export: la Germania. Il trionfo politico dei “NO-opere pubbliche”, ideologi dell’immobilsmo antimodernista oggi al governo del paese, ha congelato i progetti faticosamente messi in moto: stop autostrada Cispadana, stop bretella autostradale Campogalliano-Sassuolo, con annessa tangenziale di Rubiera, stop lavori su SS63, stop TAV (?). Tutti progetti bloccati sine die. In economia però, purtroppo, il fattore tempo non è mai una variabile neutra.

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