Serve un Rinascimento europeo

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È arrivata a Parigi da liceale e qualche anno più tardi è finita a lavorare – unica italiana – per Emmanuel Macron, l’uomo  che ha costruito da zero En Marche! ed è diventato, a 39 anni, il Presidente della Repubblica Francese.

Caterina Avanza, classe 1981, bresciana, ha coordinato la campagna per le europee della lista Renaissance, lista di alleanza sostenuta dal Presidente Macron e attualmente lavora a Bruxelles per Renew Europe il terzo gruppo politico più forte al Parlamento Europeo. 

Il suo nome ha cominciato a circolare quando Emmanuel Macron ha deciso di sfidare Marine Le Pen per la corsa all’Eliseo, cosa faceva prima di iniziare a lavorare per En Marche!?

«Sono arrivata a Parigi la prima volta a 16 anni per fare l’Erasmus al liceo. Poi sono tornata in Italia dove mi sono laureata in scienze politiche a Bologna e poi sono ritornata a Parigi per un master alla Sorbona in diritto comunitario. Prima di lavorare con Macron sono stata per tanti anni direttrice degli studi d’opinione e sondaggi all’IFOP (concorrente di IPSOS ndr). In pratica ero il braccio destro del Pagnoncelli francese. E prima di arrivare a En Marche!, ho fatto un breve passaggio da una start up francese specializzata in co-costruzione, design thinking e dibattiti pubblici a grande scala come quello realizzato per l’agenzia spaziale europea (ESA)».

Come è avvenuto il suo incontro con Macron?

«Ho conosciuto Macron quando era ministro dell’economia nel governo Valls sotto la presidenza Hollande. Come IFOP avevamo vinto l’appalto per realizzare gli studi d’opinione per tutti i ministeri francesi fra cui appunto quello dell’economia».

En Marche! oltre al successo elettorale ha introdotto diverse novità rispetto all’idea di partito tradizionale che abbiamo noi. Se dovesse indicarne qualcuna quale sceglierebbe?

«Le innovazioni politiche che En Marche! ha portato sul panorama francese sono tantissime ma vorrei citarne due che mi sembrano le più importanti e che hanno contribuito al successo di questa avventura politica».

 Partiamo dalla prima…

«La cultura della partecipazione e il metodo per l’elaborazione del progetto politico. Oggi il cittadino non si accontenta più di votare ogni 5 anni ma vuole partecipare alla trasformazione del Paese. En Marche! ha saputo creare quello spazio di partecipazione aperto alla società civile, fungendo cosi da cinghia di trasmissione fra la cittadinanza attiva, i vertici del partito e anche con l’attuale Governo. Credo sia questo il ruolo di un partito politico nel 21esimo secolo. Del resto, guardiamo quello che si fa nel mondo dell’impresa – nessun prodotto va più sul mercato senza una fase di co-costruzione fatta con i futuri clienti del prodotto stesso – ma perché per l’elaborazione delle riforme e delle leggi ci vogliamo privare di questa intelligenza collettiva, dell’esperienza di chi la scuola, gli ospedali, le imprese le mandano avanti tutti i giorni?»

La seconda…

«Una cultura manageriale basata sulla formazione. I militanti di En Marche! sono costantemente formati sia sugli aspetti organizzativi ma anche e soprattutto contenutistici. La loro progressione permette la professionalizzazione del partito stesso. I militanti più attivi, i referenti e gli animatori locali, sono i primi portavoce del partito sul territorio e in quanto tali vanno formati».

L’ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi ha fondato un nuovo partito, Italia Viva, ed ha dichiarato di voler fare in Italia quello che Macron ha fatto in Francia. Secondo lei potrà riuscirci?

«Comparare è molto difficile perché i sistemi istituzionali e elettorali dei due paesi sono molto diversi. A livello d’impostazione del partito, ci sono delle similitudini come l’iscrizione on-line, anche se a En Marche! è gratis, e l’organizzazione in comitati creati spontaneamente da cittadini geo localizzati su una piattaforma web. Per ora pero non vedo un’impostazione basata sulla partecipazione e sulla formazione/valorizzazione dei militanti che sono i due punti cardini di cui parlavo prima. Credo che oggi nel nostro Paese ci sia una grande riserva di energie e quindi anche di voti da recuperare in quella società civile che, o si è sentita respinta dai partiti o non ha mai osato avvicinarsi. Per ora, vedo molto “entre-soi” in Italia Viva e poca apertura verso l’esterno. Spero cambierà».

Vede altre differenze?

«Un’altra differenza sostanziale con En Marche! è il fatto che il partito di Macron riconosce la doppia appartenenza, unicamente con i partiti moderati però. Lo fanno i Radicali in Italia, mentre l’appartenenza a Italia Viva esclude la possibilità di appartenere ad un altro partito, in questa fase, penso sia un errore».

In un suo recente post su Facebook ha parlato della capacità di Macron di prendere i migliori. Come si fa a reclutarli?

«Quando arrivi a En Marche! la prima domanda che ti viene fatta è “che cosa sai fare?”. Io all’inizio sono arrivata come volontaria e sono stata subito messa nel dipartimento di studi di opinione perché avevo 10 anni di esperienza in quel campo. E dopo qualche mese mi hanno assunta. Se tu prendi una persona motivata e gli dai lo spazio di agire, in quello che è il suo campo di competenza, darà il meglio di sé e farà vincere il tuo progetto. E l’apertura alla società civile che ha attirato i talenti che hanno trovato un terreno favorevole per cambiare davvero le cose».

In Europa avete costituito Renew Europe, quali sono le differenze con l’ALDE? 

«Le differenze con ALDE sono tante a cominciare dalla taglia del gruppo e dal fatto che l’ ALDE era composto da piccole delegazioni mentre oggi sia la Francia che l’Inghilterra, ma anche la Romania hanno delegazioni importanti. Oggi Renew Europe è il terzo gruppo al Parlamento Europeo e funge da ago della bilancia perché non si può creare una maggioranza senza il gruppo dei progressisti. Inoltre è un gruppo che ha un peso importante sia al Consiglio che nella Commissione con ben 8 Capi di Stato e 8 Commissari».

E il dialogo con gli altri gruppi, PSE e PPE?

«Le maggioranze variano a seconda dei temi, per esempio sull’agricoltura lavoriamo mano nella mano con il popolari e i socialisti&democratici, mentre sulle questioni sociali, come i diritti sessuali e riproduttivi, la maggioranza la componiamo con il PSE-S&D, i Verdi e GUE/NGL il gruppo della sinistra unitaria europea/sinistra verde nordica».

E con il Partito Democratico, nelle cui liste è stata candidata alle elezioni europee, che rapporto c’è?

«Con il Partito Democratico apparteniamo a famiglie politiche diverse ma abbiamo tanti obbiettivi comuni e lavoriamo molto bene insieme. Direi che siamo uniti nella diversità».

Qual è il vostro obiettivo a livello continentale?

«Adattare l’Europa al mondo di oggi rendendola più forte e quindi rendendola capace di continuare a proteggere gli europei mantenendo quello che è il nostro modello di vita. Lo status quo è la benzina dei populisti, abbiamo bisogno di un Rinascimento europeo».

Sono in tanti a dire di voler imitare Macron ma per ora vediamo solo copie sbiadite, si rende conto della portata della vostra impresa? Perché si fa così fatica a replicarne il modello?

«Non siamo gli unici a fare innovazione politica. Obama, per citarne uno, con i suoi community organaizer aveva saputo dare uno slancio incredibile ai democratici americani, tornando nelle periferie, lavorando sull’ empowerment dei cittadini, il famoso “non chiederti quello che il tuo paese può fare per te ma quello che tu puoi fare per lui”. Noi certe cose le abbiamo copiate dall’esperienza di Barack Obama. Del resto nello staff della campagna di Macron c’era un ragazzo americano che aveva organizzato la campagna di Obama del 2008 che ci ha formati alle tecniche di porta a porta».

C’è qualcuno che vi somiglia?

«Bisogna avere l’onestà di dire che gli unici che hanno, a parole, cambiato il modo di fare politica in Italia sono i 5 Stelle. In realtà si è rivelato tanto fumo e niente arrosto. Mi auguro che anche in Italia nasca una leadership che voglia cambiare, in profondità, i metodi di fare politica. Perché solo così riusciremo a riavvicinare i cittadini e la società civile alla politica. Il Partito Democratico sta facendo dei timidi tentativi per aprirsi di più, riformando il suo statuto e dando più spazio ai territori, lavorando su una piattaforma per le idee accompagnata da un centro di ricerca».

Perché si fa così fatica a replicarne il vostro modello?

«Il problema è che oggi avremmo bisogno di una rivoluzione e non di timidi tentativi».