Siamo il Paese del saper fare. Ai giovani dico: siate i Ferrari e i Ferragamo di domani.

In attesa del lancio della sua nuova attività imprenditoriale prevista per il prossimo 23 settembre incontriamo Lapo Secciani, classe 1982, membro del comitato per l’imprenditoria della Camera di Commercio di Modena. Fiorentino che ha scelto di vivere e lavorare a Modena, un passato da promessa del calcio, una brillante carriera da manager cominciata presto che lo ha portato in giro per il modo e interrotta per inseguire il suo sogno: fare l’imprenditore.

 

Incontriamo Secciani una mattina di settembre, al secondo piano di un noto locale modenese. Arriva in perfetto orario, elegantissimo (ama gli abiti sartoriali), Corriere della Sera e Sole24Ore sotto al braccio (ci racconterà di svegliarsi presto tutte le mattine per leggere prima di tutto i giornali), fuori c’è un caldo sole estivo, la chiacchierata scorre fluida e tocca molti temi. I concetti più ricorrenti che torneranno più volte durante tutta la durante il nostro incontro sono due: creare posti di lavoro e saper fare.

 

Nonostante la giovane età ci colpisce la sua voglia di fare qualcosa per le nuove generazioni e la convinzione che ci sia bisogno di ricostruire un’etica di impresa. Secciani, che nonostante gli anni a Modena non ha perso uno il suo accento toscano, ha come modello il compianto Sergio Marchionne, del quale ha adottato l’organizzazione delle giornate, ma sono due gli esempi ai quali i giovani imprenditori dovrebbero ispirarsi secondo lui. Uno è modenese, Enzo Ferrari, l’altro è Salvatore Ferragamo il cui nome è indissolubilmente legato alla Città di Firenze.

 

Quali sono le difficoltà che incontrano, oggi, i giovani nel fare impresa e quali le possibili soluzioni?

«Questa domanda è un assist per poter puntare il dito contro, per individuare all’esterno le cause di una difficoltà evidente di far nascere imprese guidate da giovani. I dati elaborati dal Centro Studi e Statistica della Camera di Commercio di Modena dicono, in modo evidente, che confrontando i numeri delle imprese giovanili attive al 30 giugno 2018 con quelle al 30 giugno 2017 il saldo è negativo (-3,8%), con una perdita di 184 imprese. Altro dato interessante è che il 72,7% sono imprese individuali».

Cosa significa per lei questo dato?

«La risposta che mi sono dato è che oggi giorno sempre più giovani si trovano nella condizione di dover prendere una partita iva, o aprire una ditta individuale, per poter collaborare e lavorare con altre imprese. Questi giovani non sono spinti da un reale desiderio di fare impresa, non possiedono la predisposizione al rischio e se nel loro percorso ricevono un’offerta di lavoro subordinato, che da maggiori garanzie, o attraversano turbolenze e difficoltà, chiudono la partita iva e intraprendono un’altra strada».

Le cause sono tutte imputabili a fattori esterni quindi?

«Mi è stato insegnato che quando si ricercano le cause di problemi, prima di puntare il dito verso altri è giusto e doveroso fare un esame di coscienza e guardarsi allo specchio, senza fare generalizzazioni, ma cercando di evidenziare prima di tutto le cattive abitudini dei giovani di oggi che prima di chiedersi cosa possono imparare pensano subito a quanto devono guadagnare. Ai più giovani manca quella che definisco fame di fare impresa: penso a Ferrari, a Ferragamo  e a tanti altri imprenditori che sono partiti dal nulla costruendo il loro successo con fatica, giorno dopo giorno, e la scarsa preparazione all’imprenditorialità. Le cause esterne però ci sono: dall’incapacità della politica di rispondere all’esigenza di un mercato del lavoro più fluido, capace di modellarsi sulle opportunità o difficoltà del momento, alla mancanza di una reale e utile connessione tra scuola e mondo del lavoro».

Fatto l’elenco delle cuase, quali sono le possibili soluzioni?

«Come giovani imprenditori modenesi vogliamo lavorare per costruire progetti di alternanza scuola-lavoro che possano colmare il gap di competenze, che formino e predispongano i giovani al sacrificio, che diano una reale consapevolezza di cosa significhi fare impresa e lavorare. L’obiettivo è partecipare alla costruzione di un percorso didattico e di studi che non tenda ad omologare e appiattire i ragazzi, ma che sappia coltivare e sviluppare i singoli talenti e le specificità dei giovani facendole emerge, insegnando loro a limare le proprie debolezza e a sfruttare i loro punti di forza».

Secondo lei esiste ancora un “sogno imprenditoriale”?

«Certo, il giorno che non ci sarà più non ci sarà più progresso. Oggi però è più difficile e spesso la burocrazia, gli adempimenti e le scadenze impediscono all’imprenditore di sognare. E poi, per spingere sempre più giovani a fare impresa, penso che ci sia bisogno di invertire la narrazione. L’imprenditore è rappresentato come un approfittatore, spesso evasore e che sfrutta i lavoratori invece abbiamo bisogno di costruire e raccontare esempi positivi, di far capire che il sogno imprenditoriale, anche se più difficile, è un percorso entusiasmante ed appagante».

Cosa vuol dire fare innovazione?

«Fare innovazione significa apportare un concreto miglioramento economico e sociale al territorio nel quale si opera. Innovazione è creare posti di lavoro, è creare opportunità e benessere diffuso; lo si può fare attraverso l’intelligenza artificiale, la sharing economy, la blockchain o i big data, l’automotive, o i delivery. L’innovazione però è e deve essere concreta, tangibile e fruibile».

Il futuro è nel digitale. La Regione Emilia-Romagna organizza un festival dedicato a questo tema, AftER, che si è tenuto lo scorso anno a Modena e si terrà il prossimo 19-20-21 ottobre a Reggio Emilia. A che punto siamo con la digitalizzazione delle piccole e medie imprese?

«Nonostante i dati ci dicano che le PMI stanno investendo nella digitalizzazione ci sono ancora ampi margini di crescita. Parliamo di 4° rivoluzione industriale ma in Italia ancora non è avvenuta pienamente la 3° rivoluzione, quella appunto della digitalizzazione. Abbiamo PMI e attività che hanno difficoltà ad usare la posta elettronica certificata, che sono refrattarie all’utilizzo di sistemi di commercio elettronico e che ancora fanno ampio uso di carta. Il problema digitalizzazione non tocca solo le PMI è culturale e riguarda tutta la società; in Italia il 30% delle famiglie non ha accesso a una connessione ad internet. In questa classifica, a livello europeo, siamo davanti solo a Grecia, Croazia, Bulgaria e Romania».

Creare posti di lavoro è un concetto che ritorna spesso nei suoi discorsi. Come si crea lavoro oggi?

«Agevolando le forme di lavoro agile, riformando il mercato del lavoro per renderlo più flessibile e idoneo a un’ economia che muta in continuazione, investendo in formazione e nelle giovani imprese capaci di creare occupazione, riscoprendo e salvaguardando le eccellenze del saper fare, dando spazio al genio creativo che contraddistingue il tessuto imprenditoriale italiano. Il territorio modenese deve puntare su 4 aree che presentano i più ampi margini di crescita occupazionale: innovazione tecnologica, legata alla meccatronica e impresa 4.0, benessere e sanità, ambiente ed energia e turismo, investendo nello sviluppo del turismo esperienziale legato alle eccellenze territoriali del saper fare».

Siamo a Modena, la città dove ha scelto di vivere e fare impresa. Esiste un sistema Modena?

«Se esiste c’è ancora molto da fare. Modena economicamente si regge su tre assi principali: meccatronica, biomedicale e moda. Più uno che finalmente è stato percepito come strategico: il turismo. Per i primi tre punti occorre, come già detto, alimentare i processi di innovazione, il ricambio generazionale e manageriale che se non avverrà potrà diventare un punto critico, le connessioni con i mercati internazionali e lo sviluppo delle competenze. Per il turismo invece è necessario mettere a sistema tutte le eccellenze del territorio, iniziare a costruire sinergie e collaborazione tra i vari soggetti per creare una “destinazione Modena”. La cosa bella è che Modena è famosa nel mondo per il suo saper fare, penso al settore enogastronomico e automobilistico in particolare, ed è questo saper fare il valore da proteggere e incrementare del sistema Modena che ho in mente».

Il dialogo tra le imprese e le istituzioni è fluido?
«Il dialogo deve essere costruito in modo strutturato e deve diventare costante e sinergico. L’innovazione, il progresso e il cambiamento è vincente quando si crea un ponte tra la forza dirompente e innovativa della gioventù e la saggezza e l’esperienza di chi ha già realizzato il proprio percorso. I giovani imprenditori devono, prima dimostrare di essere competenti e preparati, poi essere integrati in tutte le istituzioni, poiché è oggi che si costruisce il futuro dove questi vivranno».

La politica dagli USA di Trump, al Regno unito della Brexit fino all’Italia di Salvini e Di Maio punta sulla chiusura, si guarda nuovamente agli stati in ottica nazionalista e con comunitaria. Per chi fa impresa è un vantaggio o uno svantaggio?

«Non voglio entrare in questioni politiche, ma credo sia anacronistico parlare di confini e di muri. Non possiamo pensare ad un’Italia isolata dal resto d’Europa e del Mondo. Il futuro dovrà essere costruito su interconnessioni culturali, economiche, sociali e professionali. Lo scambio aiuta a migliorarsi e a migliorare il territorio. Abbiamo bisogno di queste connessioni e l’Europa e il Mondo hanno bisogno delle nostre peculiarità e del nostro saper fare».

Come immagina questo territorio tra 20 anni?

«Innovativo, veloce, giovane e fluido. Lo immagino pulito, ecologico, aperto e meritocratico. Immagino che noi giovani imprenditori possiamo essere gli artefici di un futuro migliore di quello che la generazione precedente ci ha lasciato. Io è una parola che non ha futuro, il noi invece apre a scenari bellissimi. Sono fiducioso, insieme lo realizzeremo».

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