Social Brexit

di Giusy Russo


Il 29 marzo, data fissata per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si avvicina inesorabile e definire questo divorzio tribolato è riduttivo. Da due anni e mezzo è uno dei temi più dibattuti.


Lo scorso 16 gennaio Pier Luca Santoro ha quantificato quanto si è parlato di Brexit online per Data Media Hub (qui). Dal mese di dicembre 2017 a mercoledì 16 gennaio, 427mila utenti unici, in prevalenza uomini e persone di età compresa tra 25 e 34 anni, hanno generato 17,4 milioni di citazioni. Il 30% dei contenuti presenta una connotazione negativa. Oltre la metà, il 55,4%, proviene dal Regno Unito, seguono gli Stati Uniti con una fetta pari al 23,8% del totale. Santoro fa sapere che il giorno che ha visto più citazioni è stato il 10 novembre 2018, con oltre 824mila contenuti generati ed evidenzia anche che nei primi dieci post per engagement in tutto l’arco di tempo analizzato, non compare mai Theresa May, nonostante i suoi 741mila follower su Twitter e 500mila fan su Facebook.


La settimana scorsa due votazioni hanno reso lo scenario ancora più incerto e Twitter ha offerto una puntuale cronistoria di quanto accaduto tra dichiarazioni ufficiali e commenti. 


Dopo il rinvio dell’11 dicembre, il 15 gennaio è arrivato il giorno del voto da parte della Camera dei Comuni sul brexit deal. Nel meaningful vote i no sono stati 432 e i sì 202 e se i 248 voti contrari dei laburisti naturalmente non sorprendono, sono i 118 conservatori che hanno respinto l’accordo a mostrare tutte le contraddizioni di una scelta che ha diviso l’opinione pubblica, i partiti al loro interno e in generale, il Paese. Su 18 parlamentari nordirlandesi 10 hanno votato contro l’accordo presentato da Theresa May, ma anche 49 su 59 rappresentanti provenienti dalla Scozia e 34 gallesi su 40. Non si tratta solo della contrapposizione tra chi vuole restare nell’Ue rispetto a chi vuole recidere ogni legame, c’è infatti chi sostiene ancora il leave ma non con questo accordo, chi ha cambiato idea e chi vorrebbe un secondo referendum (qui). Il Presidente della Commissione Europea ha twittato di aver appreso con rammarico del voto della Camera dei Comuni e ha esortato il Regno Unito a chiarire quanto prima le proprie intenzioni (qui il tweet di Junker). Gli ha fatto eco l’artefice principale dell’accordo Michel Barnier, che proprio da Jean-Claude Juncker venne scelto per guidare i negoziati sulla brexit. “Il compromesso raggiunto dopo 18 mesi è il migliore (possibile). È il risultato di un lavoro costruttivo e di un atteggiamento che manterremo fino alla fine: calma, unità, dialogo e trasparenza. Ora spetta al Regno Unito chiarire come desidera procedere”, ha dichiarato il giorno seguente il politico francese (qui il tweet di European Commission). Caustico il commento di Donald Tusk: “Se un accordo è impossibile, e nessuno vuole nessun accordo, allora chi avrà finalmente il coraggio di dire qual è l’unica soluzione positiva?” (qui il tweet).La preoccupazione di Antonio Tajani è andata invece ai cittadini comunitari nel Regno Unito e a quelli britannici in Europa, intrappolati in un limbo giuridico. “I nostri primi pensieri sono per i 3,6 milioni di cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito e per i britannici che vivono nell’Ue. Hanno bisogno di rassicurazioni per quanto riguarda il loro futuro”, ha infatti twittato (qui) il Presidente dell’Europarlamento. Oltre alle reazioni continentali, ve ne sono state alcune interne, tra le quali non poteva mancare quella del Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon, decisa a fermare l’applicazione dell’articolo 50 e a ridare la parola agli elettori (qui il suo tweet). 


In effetti, il voto del 15 gennaio è stata una sconfitta sotto vari punti di vista. Innanzitutto ha bloccato l’iter di uscita del Regno Unito, vanificando per il momento le speranze dei brexiters, quindi ha indebolito ulteriormente il partito conservatore e ha logorato l’esecutivo. Non è la prima volta che il governo viene bocciato nella Camera dei Comuni, anche da parlamentari dello stesso colore politico, l’Economist (qui) riporta infatti i precedenti di Margaret Thatcher nel 1986, di John Major nel 1997, di Tony Blair nel 2003 e, per arrivare a tempi più recenti, di David Cameron nel 2011 e nel 2012. Il record di parlamentari che hanno votato contro il loro stesso partito spetta a Tony Blair. Correva l’anno 2003, l’ordine del giorno era l’attacco in Iraq e 139 laburisti presentarono una mozione contraria all’intervento in guerra. Tra i conservatori invece, il primato era di John Major. Nel 1997, mentre risiedeva al numero dieci di Downing Street, 95 tories votarono contro una proposta del loro stesso esecutivo. Dal dopoguerra la sconfitta più pesante per un governo in carica è stata quella del Primo Ministro laburista James Callaghan nel 1979, ma bisogna andare indietro fino al 1924 per vedere numeri a tre cifre. In carica c’era il laburista Ramsay MacDonald, il cui esecutivo venne sconfitto ben tre volte, per 166, 161 e 140 voti (qui, fonte Prospect). I no al brexit deal sono stati invece 202 e Jeremy Corbyn, leader del Labour Party, ha presentato una mozione di sfiducia, messa all’ordine del giorno il 16 gennaio. Per soli 19 voti l’esecutivo guidato da Theresa May resta in piedi. I no alla mozione sono stati 325, tra cui 314 conservatori e dieci esponenti del Democratic Unionist Party. I sì sono stati 306, tra i quali 251 laburisti (qui).


È stato sufficiente scorrere la timeline di Twitter tra martedì e mercoledì della scorsa settimana per avere una descrizione esaustiva di quanto accaduto oltremanica, tra dati, dichiarazioni ufficiali, commenti e ipotesi sui possibili scenari futuri difficili da prevedere. Nel frattempo, infatti, Theresa May si è presentata di nuovo alla Camera dei Comuni, affermando di voler andare di nuovo a Bruxelles per ottenere delle modifiche, modifiche che l’Europa pare non disposta a concedere. Il Primo Ministro ha inoltre incontrato gli esponenti degli altri partiti, ad eccezione di Jeremy Corbyn. Il Labour Party vuole una discussione parlamentare, l’obiettivo è infatti scongiurare lo scenario del no deal. Le alternative proposte in un emendamento sono un accordo su mercato unico europeo e unione doganale per difendere i diritti dei lavoratori e l’opzione di un voto pubblico sull’accordo o comunque sulle relazioni future tra UK e Ue (qui). Mentre aspettiamo ulteriori sviluppi, ancora una volta possiamo chiosare l’intricata vicenda con il social network dai 280 caratteri, in particolare con il tweet di Frans Timmermans del 16 gennaio (qui). Il candidato alla presidenza della Commissione Europea per il PSE ha infatti usato una citazione di Clive Staples Lewis per raccontare la Brexit: “Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio. Ma puoi iniziare da dove sei e cambiare il finale”.



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