Un esempio da non seguire

di Carlo Taglini
@carlotaglini


In data 10 ottobre 2018, sulle pagine di Innovatalk era stata pubblicata un’intervista al sottoscritto (qui), intervista che in realtà altro non era se non un’introduzione ad un piccolo paper, un articolo che non aveva assolutamente altra intenzione se non quella di spiegare alcuni concetti chiave del problema “spread”, come è nato e come si possa risolvere. Curiosamente, nelle battute finali dell’articolo ho involontariamente profetizzato la rivolta dei gilet gialli.


[…] “Un quarto scenario è quello del “caos”, uno scenario che comprende un po’ tutto: la possibile uscita di uno dei paesi del sud o la clamorosa uscita della Germania; in questo scenario si raggiunge l’ennesimo equilibrio precario senza garanzia di stabilità nel lungo periodo. In realtà, il paese che potrebbe gettare l’Europa nel caos potrebbe essere la Francia: essenziale per controbilanciare lo strapotere tedesco, dotata di forti spinte populiste(Melénchon a sinistra, Le Pen a destra), di un debito pubblico consistente(grande quasi quanto quello italiano in termini assoluti) ma ancora finanziabile a basso costo grazie ad una posizione finanziaria privilegiata e di un deficit commerciale che testimonia(in un’epoca nella quale il resto dei paesi d’Europa è nettamente in attivo) una competitività molto ridotta del proprio tessuto economico”.


Il rischio calcolato dei francesi


L’attuale situazione francese è figlia di una lunga serie di errori condotti dall’elite di una nazione che da anni sta disperatamente cercando di ritagliarsi il ruolo di guida in Europa senza averne i fondamentali, che ha preferito percorrere la strada della crescita a debito anziché quella dell’efficienza e che oggi, nonostante la debolezza dell’euro continua a registrare passivi di partite correnti. Infatti, la strategia di lungo periodo della Francia è volutamentequella di consolidare il proprio ruolo di paese debitore dell’Europa e di prendere il controllo dell’esercito continentale, non a caso tanto voluto da Macron. Nell’ottica francese, l’Europa è un vettore per rilanciare la propria grandeur; la Francia vuole insomma replicare quanto fatto dagli Stati Uniti su scala mondiale: collezionare debiti di bilancio e commerciali e finanziare in questo modo il proprio potenziale militare.


Questa strategia ha funzionato con gli Stati Uniti, quando prima Giappone e poi Cina hanno iniziato a registrare importanti surplus commerciali verso l’America, tenendo artificialmente basso il valore di yen e renminbi e permettendo al dollaro di rimanere valuta di riserva mondiale nonostante il ribasso prolungato dei tassi d’interesse (che è poi una delle cause della subprime bubble). La situazione francese è però un po’ differente, perché la Francia fa parte dell’area euro e non è affatto detto che gli altri paesi (o meglio, i sistemi bancari degli altri paesi) siano disposti a continuare a comprare OAT, come dimostra il recente incremento dello spread dei titoli francesi verso i bund tedeschi.


Il punto è che, come avevo scritto in ottobre, la Francia ha tutte le carte in regole per far saltare l’euro. Ecco perché, in un tentativo disperato di salvare la moneta unica e nonostante il rischio di perdere la faccia, le istituzioni europee stanno correndo in soccorso dell’Eliseo garantendo sostengo alle promesse (populistiche) di Macron relativamente all’aumento del salario minimo di 100 euro al mese a partire dal 2019, all’esenzione dall’aumento della tassazione Csg per le pensioni al di sotto dei 2mila euro ed agli straordinari non tassati. Se da una parte non deve sorprendere l’incoerenza di Pierre Moscovici (un vero politico, ossia una persona che si contraddice di continuo https://www.nytimes.com/2013/04/30/world/europe/pierre-moscovici-finance-minister-under-fire.html), dall’altra, leggendo quanto dichiarato oggi da Mario Draghi (https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-12-13/la-bce-si-conferma-accomodante-anche-la-fine-qe-141017.shtml?uuid=AEWLTNzG), viene da chiedersi per quanto tempo la politica monetaria potrà confermarsi accomodante, permettendo alla BCE di calmierare il costo di rifinanziamento dei debiti sovrani europei.


Esempi sbagliati


Siamo evidentemente di fronte all’ennesimo calcio al barattolo. In tutta questa carnevalata, nella quale Matteo Salvini e Luigi di Maio potrebbero uscire come vincitori nel braccio di ferro con Bruxelles non si deve perdere di vista ciò che conta davvero: il lungo periodo, ossia quella dimensione nella quale gli espedienti politici non contano più nulla. Come rimarcato da Paolo Rebuffo oggi (https://funnyking.io/archives/2783), la Francia è un esempio da non seguire, non il chiavistello per ottenere un deficit extra per finalità di breve periodo.


Per chiudere, giusto per chiarire, ribadisco quanto già detto in ottobre: l’unica soluzione di lungo termine per l’Italia deve essere quella di rilanciare la propria competitività, non quella di aumentare il proprio debito alla ricerca di un miracoloso moltiplicatore che generi irreali crescite del PIL. Tuttavia, fino a quando le ragione dell’economia non avranno il sopravvento sul calcolo politico di breve periodo, tutto questo non avverrà mai.


Dall’intervista del 10 ottobre 2018:


Per alcuni la soluzione è il cosiddetto piano B cioè l’uscita dall’euro. Converrebbe agli italiani?
«Il problema dell’Italia non è la moneta forte bensì l’inefficienza. Tasse elevate, burocrazia lenta, incertezza della pena e infrastrutture carenti sono il freno agli investimenti e quindi all’incremento della produttività e dei salari. Rimanere nell’euro senza fare le riforme strutturali è un suicidio, uscire dall’euro per inflazionare porterebbe l’Italia ad un modello economico da terzo mondo che premierebbe un tessuto produttivo che, al netto di alcune eccellenze, punterebbe su prodotti a basso valore aggiunto e competitivi solo grazie al prezzo. Uscire dall’euro varando le riforme strutturali nel lungo periodo sarebbe praticamente equivalente a rimanere nell’euro e allora mi chiedo che senso avrebbe uscirne? Comporterebbe solo maggiori rischi sul piano dell’opportunità politica».


Quindi quale sarebbe un progetto credibile se come ci ha detto maggior deficit e uscita dall’euro non la convincono?

«L’Italia deve raggiungere il livello d’efficienza della Germania per poi diventarne il principale alleato sul piano economico ma lo può fare solo se le ragioni dell’economia e dell’efficienza prenderanno il sopravvento su quelle del calcolo politico».

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