Un partito innovativo? Aprirsi e non avere paura delle idee differenti.

di Davide Ricca  
@dadoricca

 

Tutti sappiamo che l’anno prossimo ci troveremo ad affrontare un appuntamento elettorale, quello dell’elezione del Parlamento Europeo, importantissimo, direi quasi cruciale, per la storia ed il futuro del nostro Paese e dell’Unione Europea. Per la prima volta non vi parteciperà il Regno Unito e le forze europeiste arrivano in rotta completa: sondaggi disastrosi pressoché ovunque. In Italia, se è vero che anche 5 anni fa il Partito Democratico non era di certo ai suoi massimi storici e sperava nel 30% come risultato asticella (ricordiamo tutti lo strepitoso 40,81%), di certo oggi la situazione del PD è la peggiore che abbia mai vissuto nel dopoguerra la sinistra nostrana.

In Piemonte si celebreranno anche le elezioni regionali e rischiamo il cappotto. Dopo le sconfitte di Venaria, Torino, Pinerolo, Ivrea, Asti, Alessandria e potrei continuare, il centrosinistra rischia di vedere interrotta l’esperienza di Governo anche in Regione. Cinque anni fa i manifesti Renzi-Chiamparino che usammo per esprimere iconograficamente come l’esperienza della buona amministrazione municipale potesse diventare buona politica hanno svolto la loro funzione in campagna elettorale, tra un po’ di mesi cosa avremo da mettere sul piatto?
Sconfitta referendaria, partito ai minimi storici, Torino governata da Chiara Appendino, rottura a sinistra senza appeal verso il mondo moderato. Una distanza siderale tra il 40% delle europee e del al referendum del 4 dicembre 2016 e il 18% delle ultime elezioni politiche. Che fare?

 

Non lo sappiamo ancora. Condivido però alcune considerazioni e direttrici di ragionamento che mi arrivano dal mio osservatorio, quello di un Presidente di Circoscrizione di Torino che governa un territorio mentre l’amministrazione comunale è gestita dal Movimento5Stelle. L’unica circoscrizione la 8ª, che racchiude quartieri a vocazione popolare e industriale come Lingotto-Filadelfia e Nizza-Millefonti e dal respiro multiculturale come San Salvario e la Collina, in cui tutti i collegi (due alla Camera e uno al Senato) sono andati, alle ultime elezioni politiche, al centrosinistra: il “Villaggio di Asterix”, insomma.

  1. In un quadro ormai proporzionale, l’offerta politica del PD, nato sulla vocazione maggioritaria per mettere assieme tradizioni politiche diverse che convergevano per privilegiare la governabilità sulla rappresentanza, non ha più appeal. Avevamo detto che la vittoria del No al referendum costituzionale ci avrebbe portato indietro, è così è stato. Siamo tornati alla Prima Repubblica, quando la mediazione tra i partiti avveniva dopo le elezioni a tutto scapito della credibilità del Paese. Quanto ci è costato il tempo che ci hanno messo il sovranismo leghista e il populismo grillino per trovare un accordo di governo, sacrificando gli alleati con cui Salvini si era presentato alle elezioni (Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni). Il Partito Democratico, mentre in un quadro maggioritario sarebbe una delle poche scelte razionali, in un quadro proporzionale è una tra le tante scelte e, non essendo né carne né pesce, non può che uscirne ridimensionato, così come è stato lo scorso 4 marzo;
  2. La stessa dicotomia destra e sinistra con le categorie novecentesche che la definiscono è ormai decisamente superata. Mi si risponderà con la litania: “se dici che non c’è la sinistra, significa che sei di destra”. Mi spiace no, non credo di essere di destra, sono a sinistra. Una sinistra liberale, cattolico-sociale, movimentista, ma sinistra. Ora, però, so che le categorie con cui io e molti altri sono stati formati non bastano più. È un dato di fatto. A chi mi dice, semplice: “Lega e Cinque Stelle sono la nuova destra perché sono populisti e sovranisti e noi di sinistra” replico che se fosse così a sinistra saremmo rimasti veramente pochi e che non basta mettere l’aggettivo “nuova” di fronte alla parola “destra” o “sinistra” (dove sarebbe la “nuova sinistra” poi?) per mettersi apposto la coscienza e risemplificarci le categorie. Già le categorie, quelle da rivedere;
  3. Se devo, per forza, ricondurre ad un nuovo bipolarismo, per semplificare e per costruire, allora questo, oggi, verte sulla dicotomia tra populismo e riformismo. Il populismo privilegia nella proposta di politica e di governo parole come “costume”, “consuetudine”, “abitudine”, “tradizione”, …  il riformismo “diritto”, “innovazione”, “relazione”, “riforma”, …. Il populismo lavora sull’idea di comunità chiusa, che combatte l’idea stessa di progresso, cavalca la critica relegando la proposta in secondo piano, mentre il riformista crede in una comunità aperta, crede nell’uomo e nelle sue potenzialità, mette l’accento sul costruire e non sul distruggere. Potremmo quasi leggere il populismo come una sorta di comunitarismo chiuso e il riformismo come una strada verso un comunitarismo aperto e relazionale. Negli Stati Uniti e dai tempi di Bill Clinton che entrambi gli schieramenti (Repubblicani e Democratici) sono attraversati da questo dibattito. Il problema vero è che, mentre per i populisti l’epistemologia della loro proposta non è così importante, proprio perché è nella loro stessa natura che la ragione sia ancella delle emozioni e degli impulsi, per i riformisti è tutto più complicato, così tanto che, mentre il rassemblement populista è già lì bello che fatto tanto da mostrarsi in forme diverse nel governo italiano, russo, americano, nella Brexit, nel Gruppo di Visegrad, il secondo ancora non esiste e non trova un file rouge, un comun sentire su cui costruire una proposta alternativa;
  4. Nei periodi di maggior crisi economica l’uomo ha dato storicamente il peggio di se, la paura del futuro non ha mai portato a soluzioni lungimiranti. Siamo ancora immersi nella peggior crisi dal dopoguerra ad oggi e non possiamo immaginare che di colpo gli esseri umani siano cambiati. Possono modificarsi i modelli e gli strumenti comunicativi, ma la paura resta, così come resta l’istinto a chiudersi a riccio e a dare la colpa al diverso (da chi poi?). È un dato di fatto. Possiamo lamentarci di tutto questo, ma, che si creda o no, il peccato adamitico (mito o meno) è una presenza ancestrale dentro ciascuno di noi (nell’Occidente in maniera endemica). Ed è quindi proprio in questi periodi che l’attegiamento populista fa maggior presa e maggiori danni.
  5. In un momento di ricostruzione di un quadro culturale e politico che rimetta o, meglio, che metta assieme il campo riformista, alcuni lo chiamano democratico e repubblicano, altri europeista (fate voi, insomma ci siamo capiti), credo sia necessario scavare fino ad al primo significato che gli esseri umani danno alla politica, che è quello di governo della città, dei territori. Lo stesso Ulivo in passato vide nel movimento dei Sindaci, nelle Centocittà uno dei suoi pilastri fondativi. Credo che nessuno di coloro che voi conosciate associ alla parola “comunità” un significato negativo (sono gli aggettivi che poi ci fregano). Per questo che può essere proprio la comunità il collante, il territorio (anche questo suona sempre bene), l’ascolto dei cittadini (recentemente a Torino ho usato la metafora dell’andarsi a prendere un caffè). Tutto questo però con un presupposto: scendiamo dal piedistallo etico-culturale su cui ci siamo messi a pontificare. Già perché nella percezione collettiva, animata dai populisti, ma di certo con un fondo di verità, la sinistra è quella roba in cui si parlano tra di loro senza che nessuno li capisca (il pezzo che state leggendo fa parte a pieno titolo della categoria). Un esempio tra tutti? L’avversione della sinistra a lavorare sulla percezione di insicurezza che esprimono i cittadini: qualunque amministratore sa che è il tema quotidiano da affrontare, ma la sinistra lo snobba.

Aprire e costruire qualcosa di nuovo, significa proprio questo: smontare le nostre infrastrutture, se serve anche il PD e ricostruire aprendo a tutti coloro che ci stanno. Tutti. Pentiti dei Cinque Stelle (e ci sono per motivi diversi)? Sì! Pentiti della Lega (sono pochissimi)? Sì! Chi si ritrova in Forza Italia? Sì! La cosiddetta Sinistra Radicale? Sì! Democratici? Certo!

 

Se poi qualcuno vuole ancora mettersi a fare selezione alla porta, rintanandosi nella propria torre aburnea faccia pure, muoia (politicamente) felice e contento e sempre coerente tra i suoi. Di certo facendo in questo modo non salverà né il suo Paese, né l’Europa, ma neanche la sua Città e il suo Quartiere. A Torino bisognerà fare così e qualcuno ci sta provando: abbiamo due anni davanti, anche se l’anno prossimo come detto ci sono le regionali. Se non avessimo fatto così non avremmo portato a casa elettoralmente i quartieri più popolari come Lingotto e Filadelfia.

 

Certo tutto questo significa rischiare. Non so se sto proponendo i comitati civici recentemente evocati, ma la strada è quella di aprirsi e non avere paura delle idee differenti, anche di chi fino a ieri era il tuo avversario, ma che, come ho detto, può condividere un orizzonte di riferimento comune. D’altronde come non vedere le differenze tra il compianto John McCain e Donald Trump? Oggi, ogni riformista, avrebbe preferito fosse stato il primo rispetto al secondo ad essere seduto alla Casa Bianca.

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