Un social network di Stato? L’idea di Corbyn non convince

Un social network pubblico, con reale privacy e un controllo pubblico sui dati, capace di rivaleggiare con Facebook. La proposta arriva dal Regno Unito e a farla è Jeremy Corbyn leader del Partito Laburista dal 2015.

 

Per Corbyn i tempi sono maturi per l’ingresso dello Stato nel settore dei social media. Il modello? La British Broadcasting Company, conosciuta come BBC, nata nel 1922 ed attualmente il più grande e autorevole editore radiotelevisivo del Regno Unito. Quella che pensa Corbyn è una British Digital Corporation (BDC, come ci ha spiegato Lorenza Morello qui) e la sua proposta giunge in mezzo a uno scandalo che sommerge Facebook sui dati personali di milioni di utenti a partire dal 2014 entrati in possesso di Cambridge Analytica e che sta costando al social network di Menlo Park un vertiginoso calo di popolarità.

 

Abbiamo chiesto ad alcuni esperti cosa ne pensano dell’idea di una sorta di Facebook di Stato, cioè gestito da un ente pubblico. Per Luca Alagna, esperto di Comunicazione Strategica e Marketing Digitale: «La proposta di Corbyn mi sembra complessa, c’è molta carne al fuoco, a tratti controversa ma ha anche degli elementi di interesse. Riguardo i social network, e quindi una Facebook di Stato, il pregio è quello di eliminare una drammatica ambiguità emersa di recente: non può essere demandato ad aziende private con legittimi interessi privati la sorveglianza attiva della democrazia e dei diritti, si rischia di tenere aperto un varco a distorsioni pericolose. Allo stesso tempo, però, una Facebook di Stato è intrinsecamente fragile proprio verso queste distorsioni e sarebbe preda facile per chi vuole destabilizzare le democrazie senza poter, allo stesso tempo, imporre dei limiti di sicurezza autoconservativi, dovendo per definizione dare spazio a qualunque istanza. E come vorrebbe deciso un algoritmo giusto per tutti? Inoltre il controllo di questo social network rischia di cambiare ad ogni alternanza politica. Un incubo. La soluzione migliore secondo me è permettere agli utenti un’offerta plurale scoraggiando i monopoli, la strada scelta storicamente dall’Unione Europea. In questo senso lo Stato può avere un ruolo importante, può essere innovatore, come ha scritto in modo illuminante Mariana Mazzucato, e può fornire un supporto determinante per la nascita e la crescita di nuove realtà alternative e native europee. Probabilmente le proposte del National Transformation Fund e dello Strategic Investment Board vanno anche in questa direzione, molto meglio di una gigantesca digital company controllata dallo Stato o di partecipazioni pubbliche in colossi privati o addirittura di interferenze dirette nella governance dei grandi editori, un’ipotesi inquietante». 

 

Mario Rodriguez docente di comunicazione pubblica presso il Corso di laurea in Management della PA all’Università di Milano e fondatore, nel 1994, dell’agenzia di comunicazione MR&Associati boccia la proposta del leader del Partito Laburista: «Un amico che se ne intende dice: credo servirebbe a ben poco, rispetto agli scopi che si propone, perché non puoi imporre agli utenti di usarlo, e partirebbe perdente: il privato vince per know how ed economie di rete. Gli unici posti dove il Facebook di Stato funziona sono i posti che vietano Facebook». Poi una proposta: «Io vorrei uno Stato che aiuta a inventare qualcosa di nuovo anche se deve intervenire per evitare le possibili conseguenze negative delle innovazioni, bisogna sempre riconoscere il grande valore innovativo-economico ma anche culturale dell’economia digitale e dei suoi campioni». Quindi Professore secondo lei un Facebook di Stato non aiuterebbe nemmeno nella lotta a fenomeni come quello degli haters e delle fake news? «Io la vedo in termini adattivi: dobbiamo prendere le misure dei nuovi fenomeni che le nuove tecnologie sviluppano. E dobbiamo trovare i modi e gli strumenti per affermare i principi dello stato di diritto, della libertà, del rispetto della dignità delle perosne nelle nuove condizioni. Sperimentiamo senza escludere anche lo sviluppo di forme di controllo e perchè no di repressione degli eccessi. Ma innanzitutto impegnamoci a usare consapevolmente questi nuovi strumenti che sono nuove opportunità sin dai primi anni di scuola. L’etichetta digitale ad esempio dovrebbe diventare materia di insegnamento come la deontologia dell’internauta».


Scettico anche Francesco Di Costanzo, giornalista e Presidente nazionale di #PAsocial l’associazione che raggruppa chi si occupa di comunicazione pubblica ed istituzionale: «L’idea di un social network di Stato non mi convince, credo che lo Stato, la PA e il settore pubblico in generale debbano fare un grande sforzo per essere parte attiva di quelli che già esistono. Il concetto è che la PA deve stare dove stanno i cittadini, dialogare, aprirsi al confronto, informare e comunicare costantemente. In una parola mettere il cittadino al centro delle sue politiche. Fino ad oggi questo ha funzionato sui canali più diffusi e dove i cittadini hanno scelto di stare per scelta propria. È li che dobbiamo investire in termini di formazione, riconoscimento delle nuove professionalità, una nuova organizzazione della comunicazione pubblica. La fatica di portare le persone su nuove piattaforme, come potrebbe essere un social network di Stato, usiamola per far si che la PA sia protagonista degli strumenti esistenti e molto utilizzati dai cittadini. Lavorerei piuttosto sulla qualità della comunicazione e dell’informazione, prestando particolare attenzione sul come si utilizzano gli strumenti, con quali linguaggi e con quale efficacia e utilità. È necessario ovviamente che anche le aziende dei social network facciano dei passi per garantire maggiore sicurezza, tutela della privacy, lotta alle fake news in modo da favorire un utilizzo di servizio e utilità per i cittadini».

 

Romana Ranucci, laureata in sociologia, giornalista parlamentare e nelle librerie con “Fake Republic. La satira politica ai tempi di twitter” (qui) pone un interrogativo molto attuale: «Un social network di Stato? Direi subito di sì, pensando a quale garanzia possa dare un controllo pubblico sulla pubblicazione dei contenuti, nell’era delle fake news. Poi pensando al dibattito che è nato su pubblico e privato, a metà agosto, in occasione della tragedia del Ponte Morandi a Genova, non penso che una risposta affermativa sia poi così scontata. Siamo sicuri che pubblico sia sempre e automaticamente garanzia di qualità e sicurezza? Soprattutto nel mondo dell’informazione assistiamo al ‘caso’ Rai, l’azienda ‘di Stato’ che tutti paghiamo per ricevere un servizio pubblico, e che si suppone sia super partes. Poi assistiamo alla ‘spartizione’ delle poltrone tra i partiti politici, gli stessi che da anni ci dicono: fuori i partiti dalla Rai. Il punto è non pubblico o privato, ma un prodotto di qualità e sicuro. Se il privato è in grado di fornirlo, certo facendo i suoi interessi bene, la stessa cosa vale per il pubblico. Quando si offre un servizio si deve partire dalla competenza, dalla qualità, dalle nuove tecnologie. Cose può offrire in più un social network di Stato, e quali garanzie in più può darmi rispetto a Facebook o Twitter? Sul mercato vince il rapporto qualità-prezzo, o almeno dovrebbe».


Insomma la proposta di Corbyn non piace agli esperti che abbiamo interpellato e non ha trovato molti sostenitori anche nel Regno Unito. C’è un dato però sul quale riflettere: tutti concordano sul fatto che i colossi della nuova economia digitale debbano apportare dei correttivi alle loro creature per combattere e prevenire i nuovi rischi che esse hanno portato con se. Farlo con un intervento di Stato sembra non essere la soluzione, ma i social network da strumenti di svago sono diventati sempre più centrali nelle nostre vite e quindi un intervento legislativo – magari a livello comunitario – sarebbe quanto mai auspicabile.
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