Un social network di Stato? Lorenza Morello ci spiega cosa ha detto Corbyn.

di Lorenza Morello
@Lorenza_Morello

 

È noto che, nel mondo, l’oligopolio delle  aziende tecnologiche a scopo di lucro che controllano i servizi tecnologici sia un dato di fatto, e questo è causato dal fatto che i “big data” sono e saranno sempre di più l’oro del marketing universale. Ebbene, è questa la chiave di lettura con cui va letta la manovra con cui Jeremy Corbyn, segretario del Labour Party, ha dimostrato di essere un vero leader d’opposizione: ”Dobbiamo rompere la morsa del potere dell’élite e il dominio dei miliardari su vaste parti dei nostri media. Solo tre aziende controllano il 71% della diffusione dei quotidiani nazionali e cinque società controllano l’81% della circolazione dei quotidiani locali”. Corbyn, arrivando sulla scia di moderati come Tony Blair e altri, è uno dei leader del partito laburista più di sinistra negli ultimi tempi a sostenere una serie molto più ampia di servizi sociali e un ridimensionamento delle organizzazioni profit e del loro ruolo invasivo nella distribuzione dei servizi. In tale contesto, il leader ha proposto la creazione di una “British Digital Corporation” (BDC) che sarebbe un’organizzazione sorella della BBC (British Broadcasting Corporation, finanziato pubblicamente ), e lavorerebbe sia come think-tank per condurre la politica e la tecnologia digitale, sia come sede di servizi no-profit per competere con quelli a scopo di lucro, in alternativa a Facebook.

 

Qualsiasi commento sui servizi di social media finanziati con fondi pubblici non dovrebbe sorprendere, se si analizzano le situazioni in modo concreto e contingente. “Una BDC potrebbe utilizzare tutte le nostre migliori menti, l’ultima tecnologia e le risorse pubbliche esistenti per fornire informazioni e intrattenimento come i rivali Netflix e Amazon, ma anche per sfruttare i dati per il bene pubblico”, ha detto Corbyn durante il festival televisivo di Edimburgo. “Una BDC potrebbe sviluppare nuove tecnologie per il processo decisionale online e commissionare i programmi da parte del pubblico e persino una piattaforma di social media pubblica con reale privacy e controllo pubblico sui dati che rendono Facebook e altri così ricchi”.

 

Il tutto giunge in un momento in cui siamo ancora al limite del ruolo che le piattaforme di social media ampiamente utilizzate come Facebook hanno giocato, almeno da quanto ci dicono gli esperti, per influenzare l’esito di processi democratici chiave, quali il referendum sulla Brexit nel Regno Unito o elezioni presidenziali degli Stati Uniti, giusto per fare due esempi e non toccare tematiche nostrane. Capire poi come questo possa essere disciplinato anche in ragione della doverosa tutela della privacy individuale, tema più che mai attuale in tutte le terre emerse di questi tempi, resta una frontiera da approcciare con serietà e competenza in quanto ne va della dimensione intima di tutti noi. Noi, che ormai postiamo indiscriminatamente e convulsamente ogni minimo spiraglio della nostra esistenza, a metà tra l’inconsapevole e lo sprovveduto, ma poi chiediamo strenuamente al Leviatano che tuteli ciò che noi buttiamo in piazza. Ma, di questo, ne parliamo un’altra volta.

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