VACCINO OBBLIGATORIO, L’OPINIONE PUBBLICA RIFLETTA

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di Lisa Noja

La buona notizia che l’istituto Spallanzani ha avviato la prima fase di sperimentazione sull’uomo di un vaccino (tutto italiano!) contro il Covid-19 offre l’occasione per svolgere qualche riflessione sul senso della petizione (qui) lanciata da ItaliaViva giorni fa per chiedere che, se e quando fosse disponibile un vaccino scientificamente testato e sicuro, esso sia reso obbligatorio nel nostro Paese.

Una petizione che ha suscitato contrarietà, non ultime quelle sollevate su questo stesso blog magazine da Lorenza Morello che, nel suo contributo (qui), arriva ad attribuire all’iniziativa in questione doppi fini strumentali ed opportunistici, senza peraltro suffragare tale affermazione con alcun elemento concreto.

Da prima firmataria della petizione, insieme ad altri giovani iscritti di ItaliaViva, posso escludere con certezza quanto affermato dalla Morello e vorrei quindi provare a riportare i termini della discussione sui binari di un confronto di merito rispettoso.

A tal fine partiamo dall’affermazione del 10 agosto scorso del presidente del Consiglio, secondo il quale il vaccino per il Covid-19 non deve essere obbligatorio, ma semplicemente “messo a disposizione”. Con questa dichiarazione non solo il Presidente Conte ha portato il tema nel dibattito pubblico, ma ha di fatto assunto una posizione chiara: la decisione in merito a se, quando e chi vaccinare dovrebbe essere rimessa, a suo avviso, a una preferenza individuale e non rientrare in una scelta di politica sanitaria pubblica.

Ebbene è proprio su questo punto che noi, con trasparenza e senza infingimenti, dichiariamo il nostro totale dissenso e, con la nostra petizione, invitiamo chi lo ritiene, a fare lo stesso.

Al riguardo, anzitutto, è bene sgombrare il campo dal falso argomento spesso utilizzato per contrastare qualsiasi ipotesi di obbligo vaccinale, ossia che tale obbligo sarebbe vietato dall’art. 32 della Costituzione.

Questa affermazione è totalmente smentita dalla costante giurisprudenza della Corte Costituzionale che è salda nell’affermare, proprio in tema di vaccinazioni, come l’art. 32 Cost. postuli “il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività(tra le altre, sentenze n. 5/2018 e n. 268/2017). Per tale ragione, secondo la Consulta, imporre un obbligo vaccinale non è incompatibile con i principi costituzionali “se il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri”. Naturalmente, ciò purché esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che – per usare le parole della Corte – “appaiano normali e, pertanto, tollerabili”.

Dunque, il perimetro entro il quale lo Stato non solo ha il diritto ma anche la responsabilità di decidere è stato ben chiarito dalla Corte Costituzionale: quando vi siano evidenze scientifiche in merito alla sicurezza di un vaccino, e laddove sussista l’esigenza di tutelare un interesse primario della collettività, è del tutto legittimo scegliere la strada dell’obbligatorietà vaccinale.

Se vogliamo dibattere in modo serio, è bene anche evitare la confusione tra obbligatorietà e coercibilità fisica. È una distinzione basilare in tutti i sistemi giudici democratici e liberali e mescolare i piani, invocando i trattamenti inflitti dai nazisti, significa solo gettare fumo negli occhi e inquinare la discussione pubblica con argomenti falsi e indegni. Oggi, in Italia, esistono già dieci vaccinazioni obbligatorie per i bambini. In caso di violazione dell’obbligo non è certo prevista la somministrazione coercitiva, quanto sanzioni amministrative che possono essere declinate dal legislatore in modo diverso e adeguato al caso.

Detto ciò, è chiaro che oggi un vaccino ancora non esiste, ma aprire una discussione franca sull’attitudine che intendiamo assumere se e quando (speriamo molto presto) quell’evenienza si verificasse è serio e, direi quasi, dovuto dopo mesi di sacrifici richiesti alla Paese. Mesi in cui abbiamo – a mio avviso, giustamente – chiesto agli italiani di comprendere come le limitazioni di molte delle loro libertà individuali fossero un prezzo necessario per tutelare la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale e la sua capacità di prendersi cura dei malati e, dunque, in ultima analisi, per proteggere l’intera collettività.

È altrettanto chiaro, e nessuno di noi si sognerebbe mai di affermare il contrario, che spetta alla scienza indicare alla politica se e quando sussisteranno evidenze scientifiche tali da poter considerare un vaccino contro il Covid-19 efficace e sicuro, ossia non in grado di incidere negativamente sulla salute individuale nei termini indicati dalla Consulta. Così come, poiché prevedibilmente, un vaccino non sarà disponibile da subito in quantità sufficienti per coprire tutta la popolazione, sarà la scienza a dover guidare le scelte sulle categorie a cui spetterà prima e con quale modalità di somministrazione.

Allo stesso modo, però, dichiariamo apertamente che, di fronte alle dimensioni epocali della pandemia e ai danni enormi che essa ha prodotto e sta producendo sulla nostra collettività, in termini di vite umane, di conseguenze economiche, di perdite di posti di lavoro, di sacrifici rispetto alla vita affettiva, sociale, culturale di ciascuno di noi e soprattutto della popolazione più fragile, ebbene, di fronte a questa tragedia è inimmaginabile che il decisore politico si sottragga alle proprie responsabilità, negando che, mai come in questo caso, il vaccino – se arrivasse – sarebbe uno strumento essenziale per preservare la salute propria e di tutti gli altri.

Mai come, in questo caso, dunque, la tutela della salute pubblica rappresenta un interesse assolutamente primario della collettività e, pertanto, per noi, l’obbligo vaccinale è la strada maestra per raggiungere in tempi più rapidi possibili una copertura della popolazione che ci consenta un ritorno alla normalità.

Dirlo non significa cercare di “guadagnare visibilità” o di “mietere consensi”, come sembra suggerire anche Lorenza Morello nel suo intervento, posto che, su una questione così sensibile stare zitti sarebbe tanto più facile e comodo.

Dirlo significa piuttosto non avere paura di prendere una posizione chiara e inequivoca, non ammiccante a questo o a quello, suscitando, se necessario, un dibattito franco, aperto e maturo su cui chiamare a riflettere l’opinione pubblica. Senza omissioni e senza reticenze. Come andrebbe sempre fatto in politica.