Voglio una politica diversa

di Lapo Secciani

 

Sento forte il dovere di esprimere il mio pensiero, circa l’attuale situazione politica che non può prescindere dal prendere in esame la recente crisi politica, che ha visto mutare le forze di maggioranza e di governo con l’avvicendarsi del PD al posto della Lega, né tantomeno non può non tenere conto delle ultime decisioni, prese prima da Calenda, poi da Richetti e infine da Renzi. Scelte che contribuiscono, soprattutto quella del senatore semplice di Scandicci, a mutare in modo considerevole lo scenario politico nell’area riformista e del centro sinistra più in generale.

 

Non possiamo però non considerare tutto ciò che, prima di questi ultimi scossoni, è avvenuto: dalla fine della seconda Repubblica, alla deriva populista della politica, fatta di slogan e di semplificazioni dei temi al limite e alle volte ben oltre la banalizzazione, della stagione della rincorsa al consenso, più importante dei contenuti politici e della reale efficacia dell’azione di governo sui problemi effettivi di un Paese che sta affrontando una dura crisi economica.

 

Una crisi che è frutto di una situazione economico-sociale globale fatta di rapidi e repentini cambiamenti che impediscono di pianificare e programmare a lungo e medio termine, costringendoci a guardare all’immediato, ma che è figlia anche della più grande crisi valoriale e culturale degli ultimi anni.

 

L’epoca dei social, quello strumento che avrebbe dovuto permettere di connetterci con il mondo esterno, di conoscere e di approfondire, quella rivoluzione tecnologica che ci avrebbe permesso di costruire ponti ha, ahimè, eretto muri.

 

Trincerati dietro uno schermo, con la testa china sui nostri smartphone, incuranti di ciò che accade e di chi abbiamo intorno, siamo riusciti ad avvelenare la nostra società, lasciando libero sfogo agli istinti più bassi dell’essere umano. Abbiamo abbaiato, l’uno contro l’altro, senza ascoltare le ragioni altrui, ma concentrati solo a distruggere il nostro interlocutore, che è diventato il nemico.

 

Abbiamo abbandonato le buone maniere, ignorato il rispetto delle istituzioni e dei ruoli, convinti che uno strumento capace di permettere a tutti di parlare con tutti ci potesse dare il diritto di dire tutto ciò che ci passava per la testa, senza filtri, senza valutare chi fosse il nostro interlocutore, convinti che davanti avessimo solo foto di profili, immagini, avatar e non persone fisiche, donne e uomini, alcuni dei quali esponenti e rappresentanti delle istituzioni.

 

Abbiamo creduto che potevamo ignorare le conseguenze delle nostre parole e delle nostre affermazioni.

 

Tutto ciò è accaduto perché non eravamo pronti, perché non eravamo stati istruiti e perché abbiamo educatori incapaci di insegnare alle nuove generazioni una “cultura digitale”, un galateo delle buone maniere, come i nostri nonni e i nostri genitori hanno fatto con noi, insegnandoci il rispetto del prossimo e come comportarsi in una società (reale), dove ad ogni azione ne conseguiva una specifica reazioni (alle volte certo non piacevole).

 

Questa situazione, questa crisi economica e culturale, ha creato nuovi spazi politici, spazi che sono stati occupati da chi ha scelto di far prevalere gli interessi personali a quelli del Paese, persone che hanno scelto di cavalcare, e non di governare, questa situazione, soffiando coscientemente sulla fiamma populista per guadagnare consenso, per unire le masse contro un nemico (immaginario o reale), fomentando odio e rancore.

 

Io, che appartengo a quella generazione di 30-40enni, che da anni ormai vive del proprio lavoro, che sente sulle proprie spalle tutto il peso di questa crisi, che nonostante tutto non si arrende e cerca di costruire un futuro migliore, non riesco più ad accettare tutto questo da una politica che dovrebbe avere il compito di guidare (le masse) e non di inseguire (il consenso).

 

Questa politica fatta di slogan, guidata dalla ricerca del consenso e da logiche personalistiche, ormai del tutto incapace di ascoltare e parlare seriamente alle Persone, poiché concentrata in un’inefficace narrazione autoreferenziale o peggio ancora intenta a soffiare sulla fiamma populista, non serve. Non serve a chi vive del proprio lavoro (siano essi lavoratori, artigiani, professionisti, piccoli o medi imprenditori, grandi industriali), non serve alle donne e agli uomini che credono ancora nel futuro del proprio Paese, non serve a quella generazione di giovani, di 30-40enni che sono stati dimenticati e che, con il loro futuro, l’attuale classe politica e dirigente, si è garantita un misero ed egoistico presente, non serve all’Italia del Saper Fare, che merita di più, che merita di ambire ad essere molto di più di quanto non sia oggi a causa di scelte inefficaci e insufficienti.

 

Questa non è la politica che ci meritiamo, come Persone e come Paese.

 

Al Paese serve ritrovare quella sobrietà tipica di chi lascia che sia il proprio lavoro a parlare, serve ripartire da Persone che prediligano il Fare e l’Essere al dire e all’apparire.

 

Credo fermamente che serva ripartire dalla capacità di lasciarsi contaminare, tra generazioni, tra esperienze, tra vissuto; certo che questa contaminazione possa essere la vera chiave per far ripartire l’Italia, attraverso la competenza, la voglia di fare, il talento e la passione.

 

Si deve abbandonare la ricerca ossessiva del leaderismo, dell’uomo forte e iniziare a credere che la forza di un’azione politica risieda nella pluralità delle Persone, delle loro idee, del loro vissuto.

 

Vorrei vedere una politica che, in contrapposizione a slogan, a personalismi ed egoismi, sia propositiva e utile, inclusiva e capace di unire le Persone (con le loro diversità) non contro un nemico, ma intorno a un’idea di Paese moderno, tecnologico, green, snello, veloce, equo e aperto.

 

Mi auguro, come imprenditore, come uomo della società civile, che possa iniziare presto, conclusa la stagione della rottamazione, dei vaffaday e della spasmodica ricerca del consenso e di visibilità, iniziare in silenzio una stagione del Fare, dell’evoluzione e della contaminazione.

 

Lo chiedono tutti italiani che lasciano parlare quotidianamente il proprio lavoro, che si guadagnano da vivere grazie al sudore della propria fronte.

 

Serve che la Politica faccia questo passo deciso in avanti altrimenti è giunto il momento di farci carico del nostro ruolo sociale e essere Noi, generazione 30-40 anni, a giocare questa partita, perché non possiamo più permettere di far vincere questa partita a chi gioca con il nostro futuro e con il futuro del nostro Paese.

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